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ACCADDE OGGI - Il 23 ottobre 1923, muore a Parigi il compositore Félix Fourdrain


Esistono, a suo avvisto, delle composizioni che, comunque, un insegnante dovrebbe inserire nel percorso di studi dei suoi allievi (se sì, quali) o sarebbe necessario selezionare per ogni studente un percorso differente adatto a rinforzare i punti di debolezza e valorizzare i punti di forza di ciascuno?

Ci sono molte composizioni utili a livello didattico, per il legato, lo staccato, il capotasto… tuttavia, per quello che riscontro da anni nei corsi che tengo, è che la voglia di suonare un particolare brano fa dimenticare allo studente (e forse anche all’ insegnante che ha un programma da rispettare, decisamente antiquato se parliamo dei Conservatori) che ci sono determinate “composizioni” naturali alle quali è un bene dedicarsi a tutte le età, che si chiamano scale, arpeggi, terze, seste, ottave. Spesso, con allievi che incontro nei master, riscontro questa carenza. Chiedo loro se hanno un metodo di scale e arpeggi e molti rispondono di no o che “lo hanno studiato in passato”. Poi chiedo loro di suonare una scala di quattro ottave con diversi colpi d’ arco o di suonare una scala a terze e lì si sente e si vede la padronanza dello strumento.

Molte volte incontro allievi che hanno un bel talento, cioè sentono da musicisti, ma non hanno le fondamenta tecniche, e di conseguenza non riescono ad esprimersi come vorrebbero. Le scale, le doppie corde, tanto quanto sono dure da studiare, quanto aiutano sia a formare la mano sinistra (intonazione, correttezza delle posizioni, indipendenza delle dita, cambi di posizione etc..) sia l’arco (cioè il controllo della distribuzione e direzione del suono su due corde), qualità non secondarie per chi vuole studiare e conoscere lo strumento.

Nell’esaminare a ritroso il suo percorso di studi ne è soddisfatto o, se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa? 

Dopo il diploma al Conservatorio, momento nel quale, pur avendo ricevuto il massimo dei voti, non sapevo fare ancora moltissime cose, e mi rendevo conto delle cose che avrei dovuto approfondire per cercare di migliorare, ho avuto la fortuna di incontrare Michael Flaksman – con il quale ho poi proseguito gli studi sia alla Hochschule di Mannheim che in diversi altri corsi – didatta meraviglioso, ex allievo di Janigro. Michael mi ha aperto gli occhi su tutta una parte tecnica che dovevo approfondire e anche ha creduto in me nel tempo, coinvolgendomi come suo assistente e invitandomi a suonare in molte occasioni (proprio ad Ascoli Piceno, al festival di cui lui era direttore artistico, ho conosciuto il grande violinista basco Felix Ayo con il quale ho inciso il trio di Brahms op.87).

Adesso sono passati 30 anni da quel primo incontro con Flaksman, ho insegnato nella classe della Hochschule di Mannheim dove ho studiato, continuo a tenere corsi insieme a lui. Posso dire con certezza che la cura e l’umanità del mio ex insegnante sono state uniche e certamente sono molto soddisfatto di questo. Le crisi di percorso più’ o meno le abbiamo tutti, il violoncello però è sempre stato un compagno di viaggio meraviglioso.

Quando si esibisce in concerto, preferisce esibirsi da solo, in duo con un pianoforte, in quartetto, come solista con l’orchestra, o in gruppo con tanti altri violoncelli…?

Non ho una preferenza specifica, suonare da solista o i gruppi di violoncelli sono esperienze bellissime perché si ha uno scambio importante fra colleghi, giovani, anziani… ma anche la musica da camera è un vero dono. In generale l’importante è essere felici in quello che si fa, per il resto, come dice il mio amico Ezio Bosso, “la musica si fa insieme”.

Nel corso della sua carriera, quali sono state le esperienze di concerto che le hanno dato più soddisfazione? 

Indubbiamente i grossi concerti nei quali ho suonato Dvorak, Schumann ad esempio, il trovarsi nel mezzo di una composizione che è un dialogo fra solista e orchestra è un’esperienza meravigliosa. Cert,o la musica da camera suonata con Ayo, Gandelsman, Flaksman, Bosso, Holliger è una grande soddisfazione, ma anche suonare Bottesini insieme a Giuseppe Ettorre, o Vibrez con Sandro Laffranchini insieme ai giovani sono momenti importanti. Sono orientato sul repertorio romantico e contemporaneo, trovo che nella musica contemporanea scritta bene ci siano migliaia di spunti per arricchire la propria tecnica e cercare di mantenere la mente aperta al nuovo, un mezzo per rinnovarsi e sentirsi giovani e pieni di vita nel cuore, ma in generale questo è l’effetto che la musica ha su di noi tutti. Credo che l’opposto dell’essere musicista sia la chiusura. Comunque, sono particolarmente affezionato alla sonata di Debussy, alla musica per violoncello e pianoforte di Schumann, alla sinfonia concertante di Prokofiev e le immancabili Suites di Bach, raccolta di perpetua giovinezza, che aiuta a fare il punto sul proprio suono.

Quali sono i suoi progetti musicali per il 2018?

Diversi, dal tornare in Iran in aprile per masterclass e concerti, a curare il Festival di cui dall’ anno scorso mi è stata affidata la direzione artistica, Entroterre Festival, in Emilia-Romagna, a Bertinoro, un Festival che racchiude diversi percorsi fra cui i corsi internazionali alto perfezionamento, il Festival di musica classica – quest’ anno con nomi che vanno dal Quartetto Fonè a Massimiliano Damerini, Antonio Meneses, Olaf Laneri e tantissimi altri bravi interpreti. Tenere masterclass all’ Hochshule di Mannheim, preparare una nuova grande reunion di violoncelli con Italian Cello Consort in ottobre, evento che vorrei fosse dedicato ancora una volta alla memoria di Antonio Janigro e tante altre cose.

Di progetto non musicale invece ne ho uno importante: fare le vacanze con la mia famiglia, cosa che non succede da qualche anno per impegni di lavoro

Grazie mille e… buona vacanza con la sua famiglia!