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ACCADDE OGGI - Il 23 ottobre 1923, muore a Parigi il compositore Félix Fourdrain

Angelo Zanin (2)


“Caro Maestro, vorrei tanto iniziare Duport, tanto ormai ho quasi finito…” Lui mi guardò con quei suoi occhi  sereni e buoni e mi rispose: “Fammi vedere quali sono questi tre studi che mancano…” Gli diedi il libro e lui lo sfogliò fino ad arrivare alla fine. Poi mi disse ” Angelo, non ancora: questo di Hindemith lo devi fare assolutamente”. Allora andai a casa e, pur non capendo perché dovessi proprio farlo, lo studiai e glielo portai poi a lezione. Non che mi piacesse molto all’epoca, ma lui me lo fece studiare ed apprezzare facendomelo suonare tutto, pur sottotempo dato che non ero ancora così brillante… Anni dopo, forse quarant’anni dopo quella lezione, abbiamo avuto una proposta dalla Rai di suonare un quartetto di Hindemith e, ovviamente, abbiamo accettato. Quando è arrivata la parte e l’ho sfogliata per iniziare a studiarla… non volevo crederci!… Sono andato a tirare fuori il vecchio libro di Stutschewsky per confrontarlo ed era proprio lui! Uguale uguale! Lo studio era il quarto tempo del quartetto, un tempo dove il violoncello ha una parte solistica importante: sviluppa un tema stupendo, che dà al brano un carattere ritmico e vivace, quasi rapsodico. Bello vero?  Anche incredibile! Mi aveva fatto studiare questo tempo di Hindemith quando ero così giovane, e il quartetto ancora non era nei miei pensieri… l’ho sempre trovato tanto strano!
Quando il M° Pais andò in pensione, passai nella classe del M° Adriano Vendramelli, e là cambiò tutto. Era un uomo un po’ burbero, di carattere diametralmente opposto a quello del mio precedente maestro, e con un metodo di insegnamento completamente diverso… Inizialmente non fu per niente facile: dovevo cambiare molte cose nel mio modo di suonare e, trovandomi a studiare Popper e Servais, era molto complicato. Poi, piano piano, mi sono abituato, ho capito la sua metodologia e mi sono adattato. Mi ha aiutato moltissimo in tante cose: sonorità, agilità, vibrato, consapevolezza, sviluppo tecnico. E con lui ho fatto il mio diploma. Anche lui era primo violoncello in Teatro, e con lui ho avuto le mie prime, e uniche, esperienze in orchestra. All’epoca ero in settimo anno e, per me, suonare nell’orchestra della Fenice era un sogno. Grazie a lui ho potuto vivere, anche se per brevi periodi, l’ambiente del teatro, dell’opera. Ricordo Falstaff, Traviata, Maria di Rudenz, Trovatore, ma anche concerti sinfonici e di musica contemporanea: esperienze fondamentali per un giovane studente. Il mio Maestro mi accompagnava in questo percorso, aiutandomi, consigliandomi, suggerendomi, e questo era molto importante, perché avevo la sua guida non solo a scuola, ma anche nell’ambiente professionale.
Il mio Maestro più importante è stato però certamente Paul Szabò, ungherese, cellista del celeberrimo quartetto Vegh. All’epoca, parliamo degli anni 80/81, non ero ancora diplomato, ma avevo già iniziato l’attività col mio quartetto e, seppur fossimo giovani, avevamo già concerti e studiavamo moltissimo. Quasi casualmente, ci eravamo iscritti ad un corso di quartetto ad Assisi, con Sandor Vegh. Era una figura leggendaria della musica da camera, ma all’epoca noi non lo conoscevamo nemmeno. La nostra prima lezione fu come una bomba… ci si spalancò davanti un mondo nuovo, e noi ne rimanemmo colpiti e affascinati. Fu incredibile! Da quel momento abbiamo iniziato a seguirlo e io ho sviluppato in me l’idea di studiare il violoncello con una persona che fosse su questa linea. Così, quando è venuto fuori il nome di Szabò, mi sono fiondato da lui.
Ricordo il nostro primo incontro. Lui abitava a Locarno. Avevo chiesto una lezione e avevo portato per prima cosa il preludio della Prima Suite di Bach. Finita l’esecuzione mi disse: “Non c’è male… Vedo che abbiamo delle similitudini” (e a queste parole mi entusiasmai) “Bene: cominciamo!”
Da quel momento sono passati nove anni!!! Anni bellissimi e di duro lavoro, anni in cui ho cambiato il mio modo di suonare, ma anche la mia filosofia di vita… Ho cambiato tutto: ho studiato tutto il repertorio con lui e… ristudiato tante cose (per esempio gli studi di Popper). Szabò mi ha plasmato, nel corso dello studio, facendomi scoprire un modo di suonare diverso. Ne ero attratto, come un’ape da una rosa. Volevo assolutamente suonare come lui, ma questo non era per niente facile, perché lui era un musicista incredibile, con delle qualità tecniche e musicali di prim’ordine. Aveva un suono, un arco, un vibrato eccezionali, che io ho ritrovato solo in grandissimi esecutori. Mi affascinava quando diceva: “Casals mi ha detto ‘fai così’”, o quando parlava di Bartok, Kodaly, la sua Ungheria, o i grandi musicisti con cui suonava, come Rudolf Serkin o Artur Grumiaux. O quando mi parlava di quel concerto a Tokio, o dell’incisione del quintetto di Schubert con Casals e Prades…     [continua]