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ACCADDE OGGI - Il 23 ottobre 1923, muore a Parigi il compositore Félix Fourdrain

Angelo Zanin (4)


Credo che la pratica cameristica dovrebbe essere resa obbligatoria anche per tutti i pianisti. In quartetto è meraviglioso, e io ne sono stato innamorato da subito, tanto che ne ho fatto la mia ragione di vita. Non credo ci sia un complesso più bello, difficile e perfetto del quartetto d’archi. Come dice Luciano Berio, non solo è il simbolo della civiltà musicale occidentale, ma anche “una scuola di democrazia che tutti dovrebbero aver frequentato”. Suonare in quartetto per me è stato l’approdo naturale per la mia “voglia di Musica”: avevo solo bisogno di trovare altri tre compari con lo stesso ideale e, per fortuna, li ho trovati già a scuola (siamo assieme da oltre 35 anni…credo sia un record!). Suonare in quartetto è semplicissimo e difficilissimo allo stesso tempo, e la prima cosa che devi fare è sempre un passo indietro. Poi vengono il sapersi ascoltare, il seguirsi naturalmente, il plasmare la propria idea forgiandola con quella degli altri tre, l’avere rispetto della volontà altrui, il cercare di assemblare il proprio suono, la propria intonazione, il proprio vibrato al servizio di un fine comune, il dedicarsi esclusivamente a questa attività trascurando e tralasciando altre cose e… senza pensare mai ai soldi! Alla fine, devi avere una grande passione e un grande spirito di sacrificio. Non bastano le qualità personali: è una qualità unica che deve uscire… un matrimonio a quattro e uno strumento unico a sedici corde… Vedo oggi tanti ragazzi che si dedicano al quartetto e questo mi riempie di gioia, perché il solo sapere che un musicista cerca di dedicarsi al quartetto mi dà un senso di grande rispetto. Devo dire che è molto facile cominciare, c’è entusiasmo, voglia di suonare, bellezza musicale infinita… poi nascono i problemi musicali e caratteriali. Quindi, se non si è sorretti da due cose fondamentali, passione e spirito di sacrificio, prima o dopo ci si fermerà per forza. Per questo, come dicevo prima, bisogna saper fare sempre un passo indietro nelle proprie decisioni a favore di un bene comune. Per l’orchestra, infine, devo dire che non ho abbastanza esperienza per poter dare qualche consiglio, ma quello che ho provato suonando alla Fenice in questi brevi periodi della mia giovinezza mi ha entusiasmato, mi ha fatto conoscere il mondo del teatro d’opera e me lo ha fatto amare. Il lavoro con i cantanti credo sia una delle esperienze più importanti: quando hai la fortuna di incontrare un cantante di prima qualità, hai la possibilità di imparare tantissimo e, nella mia breve esperienza, questa fortuna è stata quando ho potuto ammirare la soprano Leyla Gencer. Poterla ascoltare in quei suoni filati meravigliosi è stato un momento molto formativo. Ma ho sempre rifiutato l’idea di suonare in un’orchestra che non avesse una qualità importante. Sprecare anni di studio riducendosi a fare una sorta di impiegato musicale non era nelle mie aspettative. Non mi è mai piaciuto il pressapochismo in Musica e ho imparato a non sottovalutare mai neanche il brano più facile e quello che conosci meglio, quindi ho sempre cercato una preparazione che mi desse la possibilità di suonare tranquillo, e per farlo dovevo studiare parecchio le parti, cosa che però non era molto comune a tutti… Ho sempre voluto essere responsabile delle note che suonavo e ho sempre cercato una preparazione adeguata a poterle suonare. All’epoca c’erano tante orchestre che questa qualità non l’avevano, e questo a me impediva anche solo l’idea di poterci stare dentro. Oggi il livello è molto più alto in generale, perché ci sono tanti giovani bravissimi e di grande talento che hanno dato un impulso di qualità a molte compagini orchestrali. Poter suonare un ciclo delle Sinfonie di Beethoven credo possa essere il sogno di ogni musicista, e a me devo dire manca molto, come mi mancano altri grandi capolavori sinfonici, ma non si può aver tutto…

Nella tua attività professionale, ti ha dato più soddisfazione suonare o ascoltare qualche tuo allievo particolarmente bravo?
Sono due esperienza completamente diverse e l’una non esclude l’altra. Sinceramente il suonare col quartetto un grande capolavoro mi dà una gioia e una soddisfazione enorme, perché è la realizzazione del mio sogno di giovane artista. Ho avuto però tanti bravissimi allievi e quando li ho ascoltati in concerto (per esempio alcuni da solisti con l’orchestra) ho sempre sperimentato un naturale orgoglio ed un’emozione paterna, ma è una soddisfazione diversa da quella che provi quando dalle tue dita escono le note di una musica… Molto spesso mi emoziona tanto sentire un mio allievo che suona, perché mi rivedo in lui in tante cose. Cerco allora di togliermi il vestito di insegnante (per non cadere nell’errore di ascoltare con l’orecchio critico) e di godermi solo il momento.

Se ti chiedessero di organizzare un concerto per dei bambini delle elementari per presentare il violoncello, cosa suoneresti?
Cercherei di presentare il violoncello nel modo più semplice ai bambini, senza parlare troppo e suonando molto. Suonerei di tutto, e non solo cose semplici, ma anche il nostro repertorio più importante, cercando di fare in modo di interessare al suono e alle possibilità timbriche ed espressive dello strumento. Vorrei suonare pezzi di vari stili e vari periodi, fino ai nostri giorni, per far capire che con il violoncello si può suonare tutto, sia Bach che una piccola canzone.

E se ti chiedessero di organizzare un concerto per degli adolescenti?
Periodo difficile… Gli adolescenti hanno già dei loro gusti molto definiti, e sono più difficili caratterialmente da approcciare. Bisognerebbe trovare un modo di spiegare ciò che si suona e come si suona, senza essere artificiosi o pedanti, ma penso sia importante che loro capiscano anche la difficoltà di suonare bene uno strumento come il violoncello. Poi credo che la cosa più importante sia attirare l’attenzione subito, proponendo un brano, per esempio qualcosa di Sollima, che sia vicino alla loro sensibilità… per poi condurli nel cuore del repertorio e far loro scoprire le nostre perle musicali. Parlo di Sollima perché lo ritengo un autore che può avere un impatto molto forte, perché fa del ritmo incalzante e della melodia immediata la sua caratteristica principale, che ben si addice ad un pubblico così giovane. Una buona idea potrebbe essere quella di portare un piccolo gruppo di giovani allievi, per poter suonare qualche brano famoso e fare capire le enormi e uniche possibilità di questo strumento.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quali quelli che… proprio non sopporti?
Amo tutta la Musica… la “bella” Musica, che puoi trovare in ogni stile e in ogni epoca… sono stato abituato così, e cerco di spingere i miei allievi in questa direzione. Col gruppo di violoncelli che ho creato con alcuni miei allievi, studio e preparo dei concerti con vari programmi. Ho sempre voluto stimolare la curiosità musicale dei giovani verso ogni genere, dallo stile antico alle trascrizioni di brani famosi, ai brani importanti del repertorio per questo ensemble, alla musica moderna, contemporanea al Jazz e al Rock, ho stimolato amici compositori a scrivere per noi, per far capire che la bella musica si può trovare ovunque, e la buona esecuzione dipende dallo studio. Detto questo, credo che non potrei mai stare senza le Suites di Bach e, per il quartetto, mai senza Beethoven. Non sopporto la musica fatta male, senza passione e senza studio, non sopporto la musica senza ispirazione e senza un senso compiuto.

Quali sono i tuoi progetti musicali per l’immediato futuro?
Per quest’anno la realizzazione del ciclo Brahms Schumann alla fondazione Cini di Venezia, assieme ad alcuni amici musicisti eccezionali come Mario Brunello, Andrea Lucchesini, Danilo Rossi e Alessandro Carbonare. Poi un’impegnativa tournée in Sud America, e infine il completamento dell’integrale beethoveniana, a Mantova e a Trieste.

Buon viaggio in compagnia della musica che ami con tanta passione, allora… e grazie per la disponibilità!