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ACCADDE OGGI - Il 6 giugno 1807, nasce ad Halle il violoncellista e compositore Adrien-François Servais

Giovanni Gnocchi (2)


Spesso chi inizia a suonare uno strumento ha un brano in particolare che ha sentito suonare da un grande interprete e che sogna di suonare. C’è stato anche per te questo brano? E un grande interprete?
Non vorrei deludere chi ci segue e legge questa intervista ma… a dire il vero non ricordo DAVVERO un sogno del genere in particolare, diciamo che nel periodo tra i 12 e i 14 anni mi innamoravo di un po’ tutti i brani che sentissi (e che poi riascoltavo allo sfinimento, come credo le mie sorelle e i miei genitori possano testimoniare… però ogni tanto mettevo le cuffie!), sicuramente posso dire di aver “consumato” la registrazione del Concerto di Schumann con Misha Maisky, Bernstein e i Wiener Philharmoniker e il Concerto di Barber con Yo-Yo Ma! Sicuramente questi due interpreti hanno avuto un grandissimo impatto su di me fin da subito, il primo per l’incredibile bellezza del suono, caldo, rotondo e cantabile, il secondo per questo personalissimo modo di poter parlare direttamente a chi lo ascolti sin dalle prime note. Ma devo anche citare le Variazioni su un tema di Haydn op. 56 e la Prima Sinfonia di Brahms con Georg Szell e la Cleveland Orchestra, il Requiem di Mozart, il Concerto K 466 con Ashkenazy, insomma non solo violoncello!

Un violoncellista di solito studia con un maestro e poi si perfeziona con altri. Confrontarsi con il punto di vista di un maestro diverso dal proprio, secondo te, è utile ad ogni età? O è meglio, prima, procedere per un certo tempo sotto la guida di un unico maestro? Nel tuo caso, come sono andate le cose?
Posso dire che, da una certa età in poi, è sicuramente utilissimo potersi confrontare con diversi punti di vista e approcci, il problema sorge forse nel momento in cui non si abituano i ragazzi a mettere le informazioni in prospettiva, e non solo nella musica, sin da piccoli. Ovvero, sviluppare il senso critico, la capacità e abitudine a saper contestualizzare ogni informazione che si sente o riceve, alimentare la continua curiosità, abituarsi a farsi delle domande, mettere in discussione anche le grandi certezze per potersele “spiegare meglio” e quindi capirle meglio, chiedersi cosa si può fare di più e anche saper controllare a che punto del lavoro si è giunti. Sono tutte cose alle quali si potrebbero e dovrebbero educare tutti sin da bambini, anche per avere cittadini responsabili e consapevoli, e non sudditi, credo. Se si ha la fortuna di avere un docente serio che ti segue, e se si spiega con franchezza e con la giusta “laicitá” anche il mestiere della musica, a quel punto poi non ci dovrebbero essere problemi a confronti tra modi diversi di esprimere gli stessi concetti o punti di vista diversi sugli stessi aspetti. (Quando si studia La Divina Commedia al liceo o Leopardi alle medie, le note a piè di pagina spesso ci parlano di diverse interpretazioni di alcuni passaggi!) Io, negli ultimi anni di studio, più o meno nello stesso periodo, ero allievo di Clemens Hagen al Mozarteum e andavo alle Masterclass di Steven Isserlis in Cornovaglia e poi di Natalia Gutman a Fiesole, tre violoncellisti che hanno ad esempio una scuola di arco e un’immaginazione del suono davvero molto diversa tra loro, ma posso dire di essere stato felicissimo e fortunato ad aver potuto lavorare con loro e imparare da loro! Nella realtà attuale in Italia ci sono sempre più eccellenti docenti di Conservatorio. Purtroppo, però, devono spesso districarsi in un mondo di continue leggi infauste dettate dalla politica, e soprattutto vengono nominati dal MIUR assolutamente troppo tardi nell’anno scolastico e vengono spesso costretti a spostarsi da una città all’altra, il che significa molto spesso non poter costruire una classe nel tempo (perché questo processo ha bisogno di tempo per poter radicare una mentalità anche nel territorio) e ovviamente creare problemi agli studenti: cambiare spesso docente, magari anche ad anno scolastico iniziato, è un incubo. Poi, dall’altro lato, sappiamo che ci sono anche un sacco di esempi, e i miei amici e colleghi me ne parlano in continuazione, di persone non adatte al mestiere che sono chiamate a fare, o che non hanno voglia di dedicarsi con passione agli anni più importanti della formazione delle persone prima e dei futuri professionisti poi: in questo momento, con queste leggi e riforme ministeriali davvero sfortunate, abbiamo ancor più bisogno di figure di riferimento stabili, con la giusta professionalità e competenza, dedite anima e corpo alla causa. Negli ultimi 30 anni, un grande esempio è stato sicuramente Luca Simoncini, con il quale ho avuto la fortuna di diplomarmi, e col quale, anche studiando solo al decimo corso e un poco l’anno successivo, ho imparato più che in tutti gli anni precedenti. Sarebbe bello che la figura dell’insegnante di base venisse riconosciuta con grande ammirazione anche da parte della società (e quindi in ultima istanza anche dai suoi stessi studenti), il riconoscimento dell’importanza di questo ruolo permetterebbe, col tempo, anche eventualmente di avere più docenti appassionati e gratificati in questo mestiere difficilissimo ed importantissimo! Poi, ovviamente, assisto anche ad un grandissimo cambio epocale nelle abitudini di base dei giovani. Nei modi dell’apprendimento, internet ha aiutato per certi versi, ma ha creato anche tanti danni. Il primo danno tra tutti è la grandissima e disarmante superficialità a cui può abituare: posso dire che, tenendo Masterclass negli ultimi anni, al di là di competenze specifiche professionali, tecniche, capacità nell’uso dell’arco o conoscenza anche teoriche prettamente musicali come l’armonia o alcuni principi di prassi esecutiva (tutte cose che si possono imparare col tempo!), l’aspetto che mi allarma di più è la scarsa abitudine a pensare, la totale mancanza di iniziativa. Spesso vedo ragazzi che, nella vita normale, sono brillanti, simpatici, ironici ed estremamente vivi, mentre quando si siedono col violoncello sembrano altre persone, demotivate, spente, acritiche e abuliche. Credo che questo sia un aspetto da considerare davvero seriamente. Senza generalizzare, ovviamente, ma sfido chiunque a negare che, quando si trova un giovane allievo brillante o semplicemente bravo, spesso in molti ambienti se ne parla come di un’eccezione! (Pensate se un laureando in Medicina che ha voti alti venisse considerato un’eccezione… ecco, non saremmo tanto in buone mani nei nostri ospedali, e guardate invece in questi giorni quanto dobbiamo ai nostri concittadini che lavorano per la Sanità, e che vorrei ancora ringraziare tantissimo…). Mia madre, che insegnava nelle scuole elementari, mi diceva sempre che, se i risultati di una prova di verifica sono troppo negativi, significa che essa è troppo difficile, ma se va troppo bene significa che è troppo facile. In una classe dovrebbe esserci sempre un giusto equilibrio tra allievi più dotati e che “vanno bene” e altri che vanno “meno bene”, con tutte le vie di mezzo intermedie. Andiamo a guardare i voti finali degli esami in Conservatorio, spesso roboanti e con varie lodi e menzioni (in Italia come anche altrove, ma iniziamo da noi!), e poi andiamo a vedere, dopo 10 o 15 anni, che mestiere fanno questi ragazzi, e chiediamoci se non è il caso di rivedere la giusta selezione anche nei primi anni di studio.

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