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ACCADDE OGGI - Il 14 dicembre 1681, nasce a Firenze il violinista e compositore Giuseppe Valentini

Roberto Soldatini


Buongiorno, Roberto Soldatini, e grazie per avere accettato di rispondere alle nostre domande. Prima di parlare dell’esperienza solitaria del mare può darci indicazioni della sua vita di musicista precedente a questa?

Dopo aver ricevuto una prima formazione musicale da mio padre (prima tromba dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), ho studiato al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. A partire dall’età di 15 anni ho svolto attività concertistica come violoncellista. Ho anche fatto parte dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, dove ho conosciuto Giuseppe Patanè, che mi ha offerto di divenire suo assistente. Successivamente sono stato scelto da Myung-Whung Chung come suo assistente all’Opéra Bastille di Parigi. Dal debutto in Italia, a Spoleto, come direttore d’orchestra ho svolto attività come direttore d’orchestra, divisa equamente tra il genere sinfonico e quello operistico. Nel 1992 ho aperto la stagione del Teatro Nazionale di Atene e inaugurato la riapertura, dopo il restauro, del teatro “Maria Callas” dirigendo L’assedio di Corinto di Rossini. In quell’occasione ho incontrato un collezionista che mi ha affidato il suo violoncello del Settecento.

Insieme a Leo de Berardinis ho ideato Studio sul Don Giovanni di Mozart (rappresentato a Bologna, alla Sacra Malatestiana, a Spoleto, ecc), che ha dato vita a una lunga collaborazione e amicizia con il celebre attore-regista (raccontata in un capitolo del libro La terza vita di Leo, edito da Titivillus). Dopo la prima opera lirica da camera Come le maree sotto la luna (su libretto di Leo de Berardinis, tratto dal Re Lear di Shakespeare, Teatro Verdi 1997) mi sono dedicato all’attività di compositore: in collaborazione con Ruggero Cappuccio e Claudio di Palma ho scritto delle opere finalizzate a fondere il teatro di prosa con quello lirico: Pulcinell’Ade, Manfred (da Byron), La favola dell’amore (da Hesse), rappresentate nell’ambito del festival di Benevento Città Spettacolo.

Dal 1984 sono docente di violoncello al Conservatorio di Musica. Attualmente a quello di Avellino. A Napoli mi sono divertito a debuttare come attore protagonista in Meglio la morte che una tal sorte, tratto da José Saramago, per la regia di Luca di Tommaso, al Teatro Bellini. Come scrittore ho pubblicato tre libri. Nel 2014 La musica del mare (premio Marinkovich per la letteratura) e nel 2016 Sinfonie Mediterranee (entrambi editi Nutrimenti). La traduzione in francese (edition Zeraq), La musique de la mer ha vinto il Prix Albatros 2017 (primo autore non francese premiato). Il romanzo Denecia, autobiografia di una barca è stato pubblicato da Mursia a maggio di quest’anno.

Come è nata la scelta di navigare in compagnia di un violoncello? Quale violoncello e quali spartiti porta con sé fra le onde?

In realtà quando decisi di vivere in barca stavo accarezzando l’idea di lasciare il violoncello, perché avevo intenzione di voltare pagina e di lanciarmi di bolina stretta in una nuova avventura. Poi è stato il mare stesso che mi ha suggerito un nuovo modo di considerare la musica e l’interpretazione. Dapprima suggerendomi una diversa maniera di suonare, ritornando ai ritmi della natura, poi ispirandomi un concerto, quello che sto portando in giro per l’Italia, dal titolo “La musica del mare”, dove suono e recito contemporaneamente, in cui i testi non sono semplicemente letti con un accompagnamento musicale: i ritmi e le melodie della voce sono scritte in partitura insieme alla parte del violoncello. Una rotta immaginaria attraverso scene mitiche della letteratura di mare. Gli spartiti che porto con me sono fogli bianchi, su cui scrivo note con l’acqua di mare. Oltretutto in barca più di tanto non c’entra – e il ritorno all’essenziale è una delle cose che più mi hanno affascinato dell’idea di vivere in barca – quindi gli spariti che ho portato sono quelli nella mia memoria. E poi il mare è già uno spartito: il suono del vento, quello che genera gonfiando le vele o facendo vibrare sartie e drizze, il suono delle onde che si frangono e quello dello scafo che le solca. Tutto questo è già una musica, con i suoi ritmi, le sue melodie, la sua polifonia, le sue armonie. Il violoncello che naviga con me è l’unico che ho, è quello che mi è stato affidato da un collezionista armatore greco. È un presunto Stradivari, su cui sono state fatte perizie assai discordanti tra di loro. Comunque, Stradivari o no, è l’unico violoncello del Settecento ad avere il sale sulla pelle. [continua ⇒]