ACCADDE OGGI - Il 27 ottobre 1782, nasce a Genova il violinista e compositore Niccolò Paganini

Sandro Laffranchini (2)


Un piccolo segreto voglio comunque svelarlo in questa intervista e riguarda l’utilizzo di colori anche sulla parte fisica che si va leggendo, in questo modo l’istintiva associazione mentale emozione-colore rende più immediata e quasi automatica la comunicazione di emozioni precise a seconda del colore che si vede. Sui concorsi ci sarebbe veramente tanto da dire però, lasciando da parte qualunque polemica e cercando di filtrare un messaggio che possa aiutare i giovani, credo che crearsi una propria poetica del suono e del fraseggio, una volta che siano stati ben digeriti tutti gli aspetti tecnici, sia sempre la strada giusta per ottenere dei buoni risultati.

Qual è il concerto che ricorda come “il primo”? Ricorda quali sono state le emozioni di quel momento?
Ho un certo ricordo del primo concerto che ho fatto con mio padre quando avevo 9 anni a Canneto sull’Oglio (Mantova): ricordo che poi mi portarono a visitare una fabbrica di bambolotti di ceramica e me ne regalarono uno. Però senz’altro, tutt’ora sono rimasto più interessato all’aspetto del dopo concerto, al momento conviviale del pranzo o cena insieme. E infatti dei concerti con l’orchestra la cosa che mi pesa di più è tutta la fretta che hanno i colleghi di vestirsi, di andare a prendere il bus. Spesso si torna a casa senza cena, e senza il minimo contatto col pubblico. Per questo, quando è possibile, prediligo di molto i ritmi più blandi e tranquilli dei concerti di musica da camera o solistici in cui si possono prendere tempi di vita meno milanesi. (Taac! diceva Renato Pozzetto)

Ci vuole parlare delle sue incisioni? A quali autori sono dedicate e per quali etichette? Quali sono i suoi progetti per future incisioni?
Nel corso degli anni ho fatto un paio di incisioni live del concerto di Haydn in re maggiore e, nel 2015, un DVD delle suite di Bach per la Limen. È in uscita adesso un progetto per un’etichetta indipendente che si troverà solo on-line di unconventional-cello, le mie compo-trascrizioni relative ad alcuni brani Pop che vanno dai Beatles fino a musica pop e rock scritte nel 2018. Non escludo di poter contare sulla distribuzione di etichette, ma dipenderà dal fatto che si creino le condizioni per poter creare un interesse attorno ai miei lavori.

Suonare alla Scala è il sogno di tutti i giovani violoncellisti. E tutti si domandano: come si fa ad arrivarci? Lei a questa domanda cosa risponderebbe?
Sono figlio d’arte, e non mi risulta ci sia stata nella storia della Scala un altro caso di figlio di una prima parte che sia riuscito a bissare ed affiancare il padre con la stessa mansione. Questo per me si è tradotto in una trafila innumerevole di concorsi, che ho dovuto affrontare per vincere questo pregiudizio. Nel corso degli anni, sono arrivato due volte alla finale (una volta passai da solo alla finale) dietro la tenda, e ho fatto e vinto i concorsi di fila e di concertino mentre avevo già un contratto a tempo determinato come primo violoncello. Tutti questi concorsi sono stati fatti con commissioni diverse. In ogni caso mi sento di dire che i concorsi da noi sono stati fatti in maniera assolutamente trasparente, come testimonia il fatto che all’ultimo concorso per violoncello di fila hanno vinto due persone che non facevano parte del gruppo di aggiunti che collaboravano da anni. Se andiamo anche più indietro, anche il nostro concertino è stato preso con i medesimi criteri di meritocrazia. Mi rendo conto che questo modo di lavorare sia però un po’ l’eccezione, ma non saprei dare consigli diversi se non di sforzarsi per esprimere il massimo. Lo stress ai concorsi penso si possa tenere a bada con una preparazione meticolosa, specialmente anche dal punto di vista psicologico. Per quel che mi riguarda, uno dei limiti che non mi ha permesso di vincere anche dei concorsi internazionali di esecuzione è il fatto che se sono costretto a suonare a memoria suono peggio. Quindi l’importante per i giovani, ad un certo punto, è cercare di capire qual è il proprio range d’azione e non azzardare passi troppo più lunghi di quello che poi si può realisticamente aspirare a fare.

Fra tutte le orchestre con cui ha collaborato, qual è quella con la quale si è trovato più a suo agio? E quale il direttore che apprezza di più?
Mi sono trovato molto bene con la World Orchestra for Peace negli anni in cui ha diretto il maestro Valery Gergiev. Le orchestre diciamo così “stagionali” hanno il vantaggio di non avere quei meccanismi da orchestra fissa in cui ci si sente vincolati da molti obblighi, e dunque il piacere di lavorare coi colleghi è preponderante rispetto ad altre problematiche. Quando, per un certo periodo, ho collaborato come primo violoncello con la London Symphony, ho trovato che gli inglesi hanno una grande capacità di lettura a prima vista, e una grande coesione a livello di gruppo. Senza retorica, posso dire che il maestro Riccardo Celi è assolutamente la persona con la quale mi sono trovato meglio, sia dal punto di vista della concertazione che dell’esecuzione. Non è un mistero che il suo gesto sia assolutamente il più preciso che esista e la costruzione del fraseggio avviene in maniera per me è molto chiara ed intuibile. Fra noi c’è stata da sempre, mi par di poter dire, una naturale empatia. Con tutti gli altri direttori con cui ho lavorato sono stato più un allievo che cercava di carpire qualche cosa da trasferire nel mio modo di comprendere il contesto di fraseggio o il contesto armonico. Il grande vantaggio di suonare in un’orchestra d’opera è quello di affrontare un autore su un campo in cui l’autore stesso è costretto a dire molto di più di se stesso, perché deve inserire la sua musica in un contesto psicologico e di parole esplicito. Faccio un esempio: se una persona vuole affrontare la musica strumentale di Ravel e non ha mai suonato o visto l’opera l’Ora spagnola non può capire tante cose. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per tutti gli altri compositori da Beethoven a Verdi a Janáček, Šostakovič, Stravinskij, etc etc.

[continua]