ACCADDE OGGI - Il 1° agosto 1973, muore a Treviso il compositore Gian Francesco Malipiero

“Il ‘Prete rosso’ estroso violinista e stravagante compositore di concerti è ben ancorato nell’immaginario collettivo degli ascoltatori odierni; la sua musica vocale, tanto sacra quanto profana, è ormai sempre più nota; studi specifici hanno da tempo esplorato i suoi contributi ad altri strumenti acuti. È dunque giunta l’ora di rivolgere la nostra attenzione verso il basso; è necessario esplorare a fondo quell’altro Vivaldi che per lunghi anni fu insegnante di violoncello, contrabbasso e viola da gamba e che dette all’evoluzione degli archi bassi un contributo decisivo”

Spesso, chi si trova fra le mani un documento di argomento musicale del ‘700 ha la sensazione di perdersi fra i termini usati per indicare gli strumenti della famiglia degli archi: violone, violone da braccio, violone piccolo, viola, viola da braccio, viola da spalla, basso viola / basso di viola, viola bassa, basso viola da braccio / basso da braccio, violoncino, violoncello, bassetto di viola / bassetto viola, violoncello da spalla, violone, violone grande, violone grosso, violone doppio, violone basso, basso, viola contrabasso, violone contrabasso, contrabasso. Ma è possibile stabilire in modo univoco quali fossero le caratteristiche degli strumenti indicati con questi termini?

Quando si può iniziare a parlare di musica violoncellistica? E chi furono i primi compositori di musica per violoncello? E i primi violoncellisti (o violoncelliste?) del contesto musicale europeo in generale, ma soprattutto del contesto veneziano all’interno del quale Vivaldi dava forma alle sue idee musicali? E quale la sua conoscenza diretta del violoncello?

Quanto i contesti esecutivi interferivano con il modo di suonare gli strumenti musicali, o sulla scelta di strumenti di diverse dimensioni? In quale posizione venivano tenuti gli strumenti mentre si suonava? Cosa siamo in grado di ricostruire, relativamente al movimento delle mani degli interpreti (ad esempio sulle diteggiature, o sull’uso del capotasto, o sul maneggio dell’arco)?

Quali erano le differenze di forma, d’uso e di tecnica esecutiva, fra violoncello e gli altri bassi d’arco?

E infine quali sono le composizioni di Vivaldi dedicate ai bassi d’arco? E quali informazioni abbiamo a disposizione per ricostruire il contesto della loro genesi e per sapere come Vivaldi voleva venissero eseguite?

Sembra incredibile che in un unico libro, sia pure di quasi 600 pagine, sia possibile affrontare tutti questi argomenti in modo approfondito e puntualmente documentato, eppure è così.

Bettina Hoffmann riesce nell’ardua impresa di mettere ordine in un mondo che a prima vista appare confuso ed indefinito. Presenta ed esamina le fonti con acuto rigore scientifico, mette in evidenza le informazioni che se ne possono ricavare, ma non pretende di dare certezze, dove tali certezze non si possono poggiare su solide fondamenta. Fa delle ipotesi, e soprattutto fornisce un ricchissimo materiale, ben organizzato e strutturato, a chi voglia approcciarsi in modo non superficiale al repertorio vivaldiano.

Particolarmente affascinante, anche per il “profano”, la finestra “al femminile” spalancata sul mondo circoscritto dalle mura dell’Ospedale della Pietà (capitolo secondo).

Più tecnici, ma comunque sempre piacevolissimi alla lettura, gli altri capitoli del volume che, pagina dopo pagina, ricostruiscono un mondo di uomini, di strumenti e di suoni. Un mondo di sperimentazioni, spesso anche ardite, che esce vivo dalle pagine degli antichi documenti. Uomini (e donne) che imparano a suonare per vivere e che della musica fanno la loro vita, nella continua ricerca di novità. Dita che scivolano agili sulle corde alla ricerca di suoni sempre più acuti, tavole armoniche che si allungano, si allargano, si accorciano. Archi che cercano modi sempre nuovi per ottenere dalle corde i suoni desiderati.

Un libro da leggere, rileggere, consultare. Un libro che non può mancare nella libreria di chi studia la storia della musica, di chi voglia suonare Vivaldi, ma che può essere molto interessante anche per chi, pur senza suonare, adora ascoltare le composizioni di Vivaldi.

Bettina Hoffmann, nata a Düsseldorf Düsseldorf, vive a Firenze dove svolge una vivace attività come violista da gamba, violoncellista barocca e studiosa della storia dei suoi strumenti. Come solista e con Modo Antiquo, ensemble apprezzato in particolare per le interpretazioni vivaldiane, è presente nei maggiori festival e teatri europei. Tra la sua produzione discografica sono da ricordare le incisioni dedicate a Marais, Ortiz, Ganassi, Schenck e Gabrielli. Sul versante musicologico si segnala il suo Catalogo della musica per viola da gamba e il volume La viola da gamba, edito in italiano, tedesco e inglese. È docente al Conservatorio di Vicenza e alla Scuola di Musica di Fiesole.

BETTINA HOFFMANN
I bassi d’arco di Antonio Vivaldi
Fondazione Giorgio CiniFondazione Giorgio Cini – Studi di musica veneta. Quaderni vivaldiani, vol.19
Olschki Editore, 2020
pp.XVI-596
ISBN: 978-8822266903

Contatto Angelo Zanin, violoncellista del Quartetto di Venezia, per chiedergli se è disponibile a rispondere a qualche domanda. Accetta di buon grado e risponde a stretto giro di posta. Mi piacerebbe avere la possibilità di incontrarlo di persona, ma mille impegni mi costringono ad accontentarmi di un contatto virtuale. “Sarei più a mio agio se ci dessimo del tu”, mi scrive. E accetto volentieri…

Quando hai iniziato a suonare e perché hai scelto proprio il violoncello?
Ho iniziato lo studio del violoncello dopo aver cantato nel coro e aver iniziato il pianoforte. Un po’ tardi rispetto ai miei coetanei, cioè dopo la terza media, ma venivo da una famiglia in cui la musica non era né considerata né prevista. Penso quindi sia stato normale per me aver sviluppato questo desiderio e la necessità di questo studio un po’ più avanti con l’età. Intendo dire che non avevo il supporto familiare che tanti ragazzi hanno (papà o mamma musicisti, la fortuna di avere musica in casa sin dall’infanzia e la spinta ad andare ai concerti e ad ascoltare dischi) e quindi ho dovuto prendere coscienza da solo della mia attitudine e lottare per poterla sviluppare. Questo però ha fatto sì che io avessi da subito una chiara consapevolezza della mia passione e la determinazione allo studio e al sacrificio che la Musica comporta, cosa che in molti ragazzi non è così scontata, soprattutto a quell’ età.
Perché proprio il violoncello?… Forse fu un po’ casuale… Studiavo pianoforte, avevo un vicino di casa che suonava il corno alla Fenice e, sapendo della mia passione, mi suggerì di studiare il violoncello… “Perché così potrai suonare le Suites di Bach”. All’epoca non conoscevo il violoncello e tanto meno sapevo chi fosse Bach, ma questa storia mi incuriosì e così andai ad un concerto in Teatro a Venezia. Fui molto colpito dalla Sinfonia n. 40 di Mozart, dall’Incompiuta di Schubert e da quella fila di violoncelli che suonavano, a volte accompagnando e a volte cantando dei temi bellissimi. Fui incantato dal colore di quel suono, caldo, affascinante e sinuoso, e in quel momento decisi che il violoncello sarebbe stato il mio strumento.

Quali maestri sono stati più determinanti nella tua formazione e da quali punti di vista?
Ho avuto la fortuna di avere degli insegnanti formidabili e ritengo che questa sia una delle cose più importanti per un ragazzo che comincia lo studio di uno strumento. Ed è anche una delle cose su cui bisognerebbe poter intervenire in una istituzione scolastica… Quanti ragazzi sono stati trascurati e rovinati da persone che con la figura di insegnante non hanno niente a che vedere! L’insegnamento non è una professione adatta a tutti: ci vuole amore, passione, dedizione, disponibilità al sacrificio, oltre ovviamente a importanti doti strumentali…
Il mio primo Maestro fu Aldo Pais, il primo violoncello dell’orchestra che mi aveva fatto scoprire Mozart e Schubert. Era molto anziano, ma mi condusse dalla prima lezione fino all’esame di quinto anno, dandomi basi eccellenti, stimolando il mio amore per la musica e facendomi scoprire tanti stili, in particolare il novecento… Ero molto giovane per le possibilità tecniche che avevo e lui mi spingeva a studiare Hindemith e Malipiero. Lo adoravo. Era il nonno che non avevo mai avuto, paziente e buono, mai una brutta parola, mai una alzata di voce. Gli sono rimasto tanto affezionato e lo andavo a trovare sempre. A volte gli facevo sentire qualcosa, Boccherini, su cui lui lavorava, e i suoi studi… Quando avevo bisogno di parlare, di confidarmi, di chiedere un consiglio, lui c’era sempre. Mi ha aiutato tanto e gli devo moltissimo.
Devo raccontare questo aneddoto sul mio primo maestro, perché mi è sempre sembrato molto strano. Studiavo, in quell’anno, il quarto volume di studi di Stutschewsky. Sapevo che avrei dovuto presto iniziare gli studi di Duport ed ero molto eccitato a quell’idea. Sapendo che mancavano solo due tre studi di quel volume, un giorno andai in classe e gli dissi: [continua]