ACCADDE OGGI - Il 2 agosto 1945, muore a Roma il compositore Pietro Mascagni

Sono appena entrata all’Academia Cremonensis, dove si apprendono i segreti della costruzione degli archi, e noto sul tavolino delle cartoline. Ne prendo in mano una e chiedo a Marta Lucchi cosa siano.
Sono delle cartoline che sono state pensate per i bambini che vengono in visita. I bambini sono sempre molto curiosi di sapere come si chiamano le differenti parti dell’arco, e quali e quanti materiali si utilizzano per costruire un buon arco.

Ci sono solo bambini che vengono a visitare la scuola?
La nostra Fondazione Lucchi accoglie persone di ogni genere e provenienza: turisti curiosi di conoscere le tecniche di lavorazione di un “prodotto locale”, esperti della lavorazione artistica del legno, liutai, studenti del Conservatorio, musicisti già affermati che vengono dall’altra parte del mondo e famiglie con i bambini che abitano a pochi passi da qui. Organizziamo anche dei corsi bravissimi a livello amatoriale per chi non si accontenta di una semplice visita. Fra gli scopi della Fondazione Lucchi c’è proprio quello di rispondere a questo desiderio di conoscenza.

Conoscenza di come si lavorano e scelgono tanti materiali diversi, ma soprattutto del legno: il legno della bacchetta. Qual è il legno “giusto” per costruire un arco?
Il legno migliore è normalmente il pernambuco, mentre per gli archi barocchi si usa il legno serpente. La qualità del legno da usare per un archetto è direttamente proporzionale alla velocità di trasmissione del suono attraverso il legno. Quando è stato introdotto l’uso della fibra di carbonio, mio padre ha subito voluto provare ad usarlo. Anche nel caso della fibra di carbonio, in realtà c’è fibra e fibra. Il rischio della fibra di carbonio è l’eccessiva velocità di trasmissione del suono attraverso l’archetto, che determina una perdita degli armonici inferiori dei suoni prodotti dalle corde. L’archetto di carbonio è perfetto per generare suoni nitidi e brillanti, ma inadatto a creare suoni morbidi e pastosi. Esistono poi degli archi di carbonio con anima di pernambuco che cercano di mediare fra i due tipi di arco.

E poi occorrono dei buoni crini…
I crini devono essere lungi, resistenti, elastici e devono fare presa sulle corde, senza che sia necessario usare un’enorme quantità di pece. I crini bianchi candidi spesso sono sbiancati con prodotti che ne alterano la struttura. Chi li sceglie, li sceglie spesso solo per ragioni estetiche: gli piace il contrasto netto fra il colore bianco candido dei crini ed il colore scuro dell’arco. I crini naturali sono di un colore più scuro ed irregolare, ma fanno più presa sulle corde, perché hanno scaglie più forti. Chiedere ad un archettaio di incrinare un arco con crini sbiancati è un po’ come chiedere ad un gommista di montare pneumatici lisci. [continua ⇒]

 

 

“Un liutaio può realizzare il più bel violino del mondo ed un archettaio il più bell’archetto, ma se per caso il legno non è esattamente come dovrebbe essere, tutta l’opera è inutilizzabile … Ci deve essere un modo oggettivo di misurare la bontà del legno a priori, prima di lavorarlo, continuavo a ripetermi … Sapevo che quello che cercavo esisteva, sospeso da qualche parte, in alto, bastava tendere la mano per afferrarlo come in una cosmica caccia al tesoro. Sta a noi scoprirli, a farne buon uso”

Presentato a Mondomusica, nel settembre 2012, a poco più di un mese la morte del maestro, il libro è un’autobiografia del grande archettaio Giovanni Lucchi. Dalle sue pagine emergono uno dopo l’altro i ricordi di una vita: dalla nativa Cesena, fino a Cremona, passando per gli studi in conservatorio, l’esperienza del lavoro all’estero, il ritorno a casa, il teatro di Bologna, la “sua” scuola. I rapporti con il padre, la moglie, i figli, gli amici, i colleghi, i grandi interpreti. La ricerca come senso della vita.

“Noi lo abbiamo ascoltato, aiutandolo a mettere un po’ – non troppo – d’ordine tra i suoi ricordi. Da quando, bambino, saliva sullo sgabello per affrontare il contrabbasso, molto più alto di lui, a quando ha escogitato un metodo empirico per misurare la trasmissibilità del legno, da quando suonava con gli amici su e giù per la riviera romagnola a quando si è guadagnato la fiducia di Rostropovich, regalandogli un archetto elastico e balzante come la sua intelligenza, come la sua passione” dicono le due curatrici dell’opera: Louisette di Suni e Alessandra Mascaretti.

Un’autobiografia che il maestro Lucchi non ha scritto di proprio pugno, dunque, ma dove si avverte netto il tocco della sua mano. La mano usata per suonare il contrabbasso, per accarezzare il legno, per separare i crini, per montare, smontare, levigare, lucidare. Una mano sempre in sintonia con la frequenza interiore del suo animo, teso nella fiduciosa e tenace ricerca della frequenza perfetta. Una mano che ha voluto disegnare i diversi momenti della propria vita, ricostruire una serie di vicende sempre animate dalla passione interiore, dal desiderio di superare i propri limiti, come quando da bambino saliva su uno sgabello per riuscire a suonare il contrabbasso. Una mano che ha saputo chiedere e ricevere. Una mano protagonista dell’appassionata ricerca, che emerge fresca dalle pagine del libro, accompagnando il lettore a cogliere la fitta rete di relazione tra le persone, i luoghi, i fatti, le emozioni, le domande e le risposte che hanno fatto della vita di Giovanni Lucchi un appassionato viaggio verso un unico traguardo: il “bel suono”

Giovanni Lucchi, contrabbassista, archettaio e sperimentatore, ha spesso pubblicato su importanti riviste i risultati più significativi delle sue ricerche. Fra i suoi articoli più importanti, ricordiamo: LucchiMeter, in The Strad, giugno 1988; The Use of Empirical and Scientific Methods to Measure the Velocity of Propagation of Sound, in The Violin Society of America Journal, 2, 1988; How to Visualize Il Bel Suono in Real Time, in The Violin Society of America Journal, 2, 1998; Repairing a bow using a toothed patch, in The Strad, ottobre 2008.

 

GIOVANNI LUCCHI 
Nell’arco di una vita
Fondazione Lucchi Cremona (15 ottobre 2013)

A pochi passi dal Museo del Violino di Cremona, nell’emporio Lucchi di via Monteverdi 18, incontro Marta, la figlia del grande archettaio Giovanni. Ha tra le mani l’autobiografia che suo padre scrisse poco prima di morire Nell’arco di una vita. Insieme guardiamo le foto del libro e i ricordi affiorano, densi di affetto e ammirazione per un padre che certamente ha lasciato un segno profondo nella vita di Marta.
Mio padre era curioso. Osservava tutto ciò che lo circondava. Individuava i problemi, cercava tenacemente le soluzioni. Smontava, rimontava, faceva ipotesi, le verificava, sbagliava ed imparava dai suoi errori. Nella nostra vasca da bagno di casa, testava l’effetto che le differenti sostanze facevano sull’elasticità e la resistenza dei crini. E una volta provò pure a mettere un archetto nel forno a microonde… Non si fermava mai. Condivideva con gli altri le sue scoperte e chiedeva, chiedeva sempre, a tutti, perché era convinto che da tutti si potesse imparare qualcosa di nuovo.

Ma aveva fatto degli studi scientifici?
No. Aveva fatto il Conservatorio. Si era diplomato in contrabbasso e poi aveva iniziato a suonare. La sua prima professione è stata quella del musicista. In Svezia e poi a Bologna, in Teatro. Suonare gli piaceva, ma la passione per la meccanica, che da bambino lo portava a smontare tutto, lo accompagnava nella buca dell’orchestra. Suonò fino a quando un giorno, quasi per caso, dopo aver usato per anni un archetto, per la prima volta si domandò: ma come si cambiano i crini di un archetto? Si informò. Provò a cambiare i crini del suo archetto e capì come si doveva fare. Si rese anche conto che farlo gli piaceva e che era in grado di farlo bene. A poco a poco, in un’epoca in cui la professione di archettaio in Italia era poco diffusa, si trovò a cambiare crini a tutti gli archi della sua orchestra. Poi si domandò come si costruisce un arco e… continuò tutta la vita a farsi domande e inseguire le risposte.

Spesso la domanda giusta, al momento giusto della vita, apre la porta ad una serie di domande che portano lontano… E così, di domanda in domanda, divenne archettaio e poi insegnante nella primo corso di archetteria d’Italia. Ma come arrivò a pensare al Lucchi Meter
Da molto tempo cercava di capire quali erano le caratteristiche che rendevano un semplice pezzo di legno adatto o inadatto a diventare un archetto. Cercava un sistema oggettivo per “misurare” la qualità del legno. Aveva fatto molte prove ad esempio caricando dei pesi sulle tavolette di legno per valutarne la resistenza, ma poi aveva capito che non dipendeva dalla resistenza al peso il fatto che un pezzo di legno fosse adatto a diventare un archetto. Poi, una sera, guardando un documentario alla televisione, ebbe l’intuizione giusta. Il documentario illustrava le tecniche utilizzate per misurare la profondità dei fondali marini. Mio padre capì che, con un sistema analogo, si poteva misurare la velocità di trasmissione del suono nel legno. Non fu facile, dall’intuizione, passare alla costruzione di un’apparecchiatura adatta allo scopo: dovette consultare molti esperti e fare molti tentativi prima di ottenere ciò che voleva, ma alla fine, nel 1983, ci riuscì e la sua scoperta rivoluzionò il mondo della costruzione degli archetti.

Su un tavolo, in una borsa di cuoio, fa bella mostra di sé il prototipo del Lucchi Meter. Marta lo accarezza con lo sguardo.
Il Lucchi Meter consente oggi a chiunque di valutare se un legno è adatto o meno per la costruzione di un archetto e i valori Lucchi ormai sono accettati ovunque per determinare il prezzo del legno per archetti. Ma la cosa più importante è che gli archettai non perdono più ore ed ore di lavoro limando un legno che alla fine darà vita ad un cattivo arco. Se il legno è buono, e lo si sa prima di iniziare a lavorarlo, sarà solo l’abilità dell’archettaio a determinare il buon risultato.

Alla porta si affaccia un cliente che desidera comprare dei crini. Saluto Marta ed esco pensando che devo tornare a farmi spiegare come si sceglie un buon archetto e come lo si mantiene in forma. A presto, Marta.

La guardo perplessa. Marta prende in mano una pigna e me la mostra per farmi capire come le scaglie sfregano sull’archetto. Ho capito e sono pronta per la terza domanda.
Quindi sfregando sulle corde i crini perdono le scaglie, come le gomme diventano lisce sfregando sull’asfalto?
In Giappone i maestri dicono ai loro allievi che i crini vanno cambiati ogni tre mesi e i crini vengono cambiati in modo sistematico ogni tre mesi.  Ovviamente la durata dei crini dipende da quanto l’archetto viene usato e quindi stabilire un cambio a scadenza fissa è forse un po’ esagerato. In condizioni di uso normale, il cambio dei crini è necessario ad intervalli che variano dai sei mesi a un anno.

Come si fa a capire che è arrivato il momento giusto per cambiare i crini?
I crini sono da cambiare quando si spezzano con facilità mentre si suona o quando è necessaria una grande quantità di pece per riuscire a farli suonare. Una cosa da non fare assolutamente è pulire i crini con sostanze liquide. Soprattutto se l’operazione viene compiuta con l’arco in posizione verticale, si rischia di bagnare il legno sotto l’anello, che potrebbe gonfiarsi danneggiando gravemente l’arco.

E per pulire le parti di legno dell’arco? Le mani, soprattutto d’estate, lasciano sempre tracce di sudore sul legno…
Tutte le parti in legno andrebbero pulite ogni giorno, quando si smette di usare l’arco, con uno straccio morbido asciutto, proprio per evitare che si formi uno strato di sporco difficile da eliminare.

Quali elementi deve prendere in considerazione un musicista per valutare la bontà di un arco?
Mio padre consigliava ai musicisti di mettere l’arco in 5 posizioni di stress contemporaneamente e valutare la sua risposta in termini di aderenza: suonare con la punta dell’arco, suonare la quarta corda, non fare accordi, suonare vicino al ponticello e suonare piano. Questa è la situazione che consente meglio di distinguere un buon arco da un cattivo arco. Comunque, prima di tutto ciascuno deve sentirsi a suo agio con l’arco che decide di comprare. E questo dipende da fattori che ancora nessuno è riuscito a misurare “oggettivamente”. Il musicista deve provare l’arco senza fretta, per tutto il tempo che gli è necessario per fare la sua valutazione. E si tratta di un tempo che può essere molto variabile. C’è chi si sente subito a suo agio con l’arco nuovo e chi deve entrare in confidenza a poco a poco. Chi prova per ore, o chiede di provare l’arco per qualche giorno e chi decide in pochi minuti.

Marta si ferma… mi chiede di aspettare un momento e poi torna con un arco fra le mani.
A Rostropovich per esempio, quando passò di qui, bastarono poche note per decidere che questo era l’arco giusto per il concerto che doveva fare la sera stessa. Certo Rostropovich aveva una tale esperienza che era in grado di cogliere in pochi minuti la capacità di balzare di un arco. Mio padre ne costruì uno appositamente per lui e avvenne uno scambio con questo, che ora conserviamo gelosamente come suo ricordo.

Guardo affascinata l’arco, lo sfioro con le dita e collego le parole di Marta al titolo il film di Bruno Monsaingeon dedicato a Rostropovich da poco presentato in anteprima italiana: “L’arco indomabile”.
Nel mio cervello compare l’immagine di un cavallo selvaggio, che corre libero su una spiaggia. Bianco il cavallo, bianca la spiaggia, azzurro il mare. Un cavallo bianco… che siano proprio i crini di cavallo a regalare agli archi la capacità di “balzare” oltre ogni ostacolo, e a rendere “indomabili” i violoncellisti?

Giovanni Lucchi con Rostropovich