ACCADDE OGGI - Il 24 gennaio 1901, muore a Parigi il violinista e compositore Eugène Sauzay

Alla vigilia dell’8 gennaio 2022, bicentenario della nascita del violoncellista Alfredo Piatti, Andrea Bergamelli accetta volentieri di rispondere a qualche mia domanda, per presentarsi, e per presentare l’Associazione Alfredo Piatti, di cui è direttore artistico.
Quali sono state le tappe più significative della tua formazione artistica? 
Certamente, la mia formazione artistica nasce in famiglia. Mio padre, Attilio Bergamelli, è un pianista molto attivo non solo nell’ambito della musica da camera, ma anche nell’organizzazione di concerti, e sono quindi cresciuto sempre a contatto con la musica e i musicisti. Credo di aver ereditato da lui, oltre ad una grande passione per la musica, due obiettivi: scoprire il repertorio meno conosciuto e valorizzare i giovani musicisti. Mio padre ha infatti fondato l’Associazione “Musica Rara” ed ha sempre promosso stagioni che avessero come obiettivo quello di dare spazio ai giovani interpreti. Dopo qualche incertezza iniziale su quale fosse lo strumento più adatto a me, ho scelto il violoncello ed ho iniziato gli studi nel Conservatorio di Bergamo. Ben presto, però, mi sono trasferito a Budapest, dove ho studiato all’Accademia “Franz Liszt” con Csaba Onczay. Al mio rientro in Italia, ho conseguito il diploma da privatista sotto la guida di Giovanni Sollima, e mi sono poi perfezionato con Mario Brunello, Antonio Meneses e il Trio di Trieste. Penso che un’esperienza particolarmente significativa per me, sia dal punto di vista umano che dal punto di vista professionale, sia stata quella con la Gustav Mahler Jugendorchester, ma è stato certamente molto importante anche avere l’occasione di collaborare non solo con Giovanni Sollima, ma anche con altri grandi interpreti, come Jörg Demus, Antony Pay, Bruno Canino, Calogero Palermo, Dimitri Ashkenazy

Quando è nato il tuo interesse in particolare per Alfredo Piatti? E quali sono state le tappe che hanno portato alla creazione dell’Associazione Alfredo Piatti?
Per qualsiasi musicista che viva a Bergamo, la Sala Piatti è uno spazio particolarmente significativo: uno spazio dove si suona, ma anche uno spazio di incontro, dove si intrecciano con facilità legami di amicizia con altri musicisti. Credo che tutti i musicisti di Bergamo abbiano bellissimi ricordi di gioventù legati a questa sala: i primi saggi, i primi concerti, i primi amici… Per un violoncellista, poi, suonare sotto lo sguardo vigile di Alfredo Piatti, serio e benevolo nel suo ritratto, diventa un’esperienza ancora più preziosa. Ovviamente, anch’io, come tutti i violoncellisti, ho conosciuto le  composizioni di Piatti partendo dai 12 Capricci ma, ben presto, mi sono dedicato anche alla scoperta delle altre sue composizioni. Un compito facile per me, perchè quasi tutte le composizioni di Piatti sono conservate a Bergamo, nel Fondo Piatti Lochis, e quindi sono molto accessibili per un violoncellista bergamasco. Così, già verso la fine degli anni ’80, prima che nascesse l’idea di un’associazione vera e propria, insieme a mio padre, ho iniziato ad eseguire in pubblico le composizioni di Piatti. E poi, nel giugno del 1997, è nata l’Associazione. All’inizio, l’obiettivo lontano era quello di organizzare un festival per Piatti e l’obiettivo più vicino quello di organizzare le celebrazioni per il centenario della sua morte, nel 2001. A conclusione delle intense attività del 2001, insieme a mio padre, ho inciso, in un CD Phoenix Records, due delle sei sonate ed altre composizioni cameristiche particolarmente significative di Alfredo Piatti. Negli anni successivi, insieme anche a mia sorella Ljuba, che nel frattempo si era diplomata in canto, ci siamo dedicati alla diffusione delle composizioni vocali di Piatti, creando il Trio di Bergamo. La prima edizione del Festival, nel 2006, è stato comunque il traguardo più importante che abbiamo raggiunto perché, in quel momento, non esisteva in Italia nessun altro festival dedicato interamente al violoncello.

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Sono tanti i violoncellisti che utilizzano in modo intelligente internet e i social network, ma tra questi David Johnstone spicca  per la sua grande vogia di condividere e diffondere materiali e informazioni utili per i violoncellisti. Un desiderio che MyCello condivide con lui. Pertanto, decido di contattarlo e chiedergli se vuole rispondere ad alcune domande. Accetta la proposta con entusiasmo.

Quando, nella tua vita, hai visto e sentito per la prima volta un violoncello e perché hai deciso di sceglierlo come tuo strumento?
Bene, prima di tutto, grazie mille per avermi contattato. Cercherò di essere molto trasparente e onesto nelle mie risposte!
La verità alla tua prima domanda è che non riesco davvero a ricordare quando ho sentito un violoncello per la prima volta; a quanto pare, ho chiesto di suonare il violino all’età di 6 anni, ma in quel momento non era possibile prendere lezioni di musica nella scuola del mio villaggio. Poi, poco dopo, ci siamo trasferiti nel capoluogo regionale (Reading, Berkshire, Inghilterra) e lì sì c’erano molti strumenti a disposizione; ho scelto il violoncello e mi è piaciuto molto fin dall’inizio.
I miei genitori non suonavano a casa quando ero un bambino, ma mio padre era stato un batterista jazz quasi semi-professionista in gioventù e anche mia madre aveva preso lezioni di pianoforte per molti anni ed era in grado di suonare alcuni dei pezzi di Chopin “più facili”; a sua volta, suo padre era il primo trombettista della banda cittadina. Quindi, suppongo che alcuni geni musicali siano passati di generazione in generazione fino a me.

Quale dei docenti che hai incontrato durante gli anni di studio ha maggiormente influenzato la tua formazione e da quali punti di vista?
Sono cresciuto nell’era pre-internet, quindi non avevamo il vantaggio di vedere video meravigliosi su YouTube: era tutto faccia a faccia. Verso i 13 anni ho iniziato a soffrire un po’. Ho sentito che qualcosa non andava nel mio modo di suonare, non mi sembrava stesse progredendo come avrei voluto – non sapevo, in quel momento, che in effetti il ​​mio insegnante era… molto “povero”! Tuttavia, il direttore dell’orchestra sinfonica giovanile locale, dove avevo iniziato a suonare da poco, mi sistemò mandandomi a studiare con professore di violoncello dell’università locale – un violoncellista tedesco allora semi-pensionato di nome Martin Bochmann. Questa fu per me come una risposta dal cielo! Era piuttosto severo, ma molto analitico (aneddoticamente era quasi l’ultimo allievo di Hugo Becker, e suonava come primo violoncello d’orchestra in Germania/Austria negli anni ’40): proprio il tipo di approccio che andava bene per me. Ad esempio, quando ho iniziato con lui, odiava il mio vibrato “croony” a movimento circolare e fissava due blocchi di legno (legati da una corda dura) sopra e sotto il mio braccio sinistro per limitare i movimenti non necessari – faceva un po’ male, ma io mi era piaciuto farlo, perché vedevo che funzionava! La prova è che in soli due anni sono passato dal livello UK Grade 6 ad essere accettato nella National Youth Orchestra della Gran Bretagna. Conclusa la formazione di base, sono andato alla Royal Academy of Music – per i primi tre dei quattro anni avrei potuto fare molto di più, forse, ma ero un po’ intimidito a Londra; non tanto con la musica, quanto nell’imparare a cavarmela da solo (e non sono sicuro di averlo fatto!). Musicalmente non mi sentivo abbastanza spinto, anche se il mio insegnante Derek Simpson era un uomo meravigliosamente gentile con cui ho affrontato un’incredibile quantità di repertorio che mi è servito in seguito, quindi non è stata affatto una cattiva scelta.
Verso la fine del mio periodo alla RAM ho visto che i violoncellisti che ammiravo di più erano quelli con lo stile di Lynn Harrell, e così l’ho contattato personalmente. Accantonai presto l’idea di andare con lui alla Juilliard, ma comunque ogni tanto mi riceveva a Londra e mi invitava alle sue masterclass. Una grande influenza per me.
Infine, occasionalmente, cercavo un interprete specifico per lavori specifici; per esempio, ho lavorato su Rubbra e sui lavori di Enescu con William Pleeth, o sul Concerto di Finzi con Christopher Bunting.

Hai studiato in Inghilterra, ma ora lavori in Spagna. Quali sono, secondo te, le principali differenze tra il mondo della musica in questi due paesi? Quale dei due offre le migliori opportunità per gli studenti? Quale offre la migliore opportunità di lavoro?

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