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ACCADDE OGGI - Il 16 luglio 1917, muore a Bad Nauheim il pianista e compositore Philipp Scharwenka.

Thomas Chigioni (2)


In effetti, dopo gli studi al Conservatorio di Milano, sto ora seguendo i corsi della Schola Cantorum Basiliensis, che ospita studenti provenienti da ogni parte del mondo. Certo, ormai il sistema scolastico italiano è formalmente uniforme alle altre accademie europee, ma ho notato molte differenze fra Italia e Svizzera, soprattutto nell’organizzazione didattica. Un punto di forza dei Conservatori italiani è, indubbiamente, l’attenzione concentrata sulla materia principale, che porta gli studenti ad avere un alto livello di padronanza tecnica del proprio strumento. Un po’ più fragile è invece, a mio parere, il raccordo fra la materia principale e le materie complementari, che in Italia spesso sembra facciano a gara tra di loro per essere più importanti delle altre, invece di sforzarsi di creare collegamenti interdisciplinari. Forse proprio per questo, queste materie raramente lasciano una traccia significativa del percorso di formazione dell’allievo. A Basilea, invece, tutte le materie mi sembrano complementari tra loro nel vero senso della parola: cercano di arricchirti senza rubarti troppo tempo e senza perdere di vista quale è il tuo strumento e di quali sono le tue aspirazioni. I corsi di clavicembalo, basso continuo e canto ad esempio, nel mio caso, nel piano settimanale delle lezioni, occupano solo mezzora l’una. Un’altra differenza che ho notato è il rapporto con i docenti. Mentre, in Italia resiste una certa distanza tra insegnante ed allievo, ed una tendenza a mitizzare l’insegnante, in Svizzera i rapporti sono molto più informali, ed appare del tutto normale dare del “tu” anche a che arriva a darti lezione poche settimane dopo aver diretto i Berliner. In sintesi, secondo me, in Svizzera al centro del percorso didattico c’è lo studente e lui solo (con pregi e difetti di questa scelta), mentre in Italia c’è il sistema, a cui l’allievo deve adattarsi.

Nel tuo rapporto con i docenti che finora ti hanno seguito, quali sono state le tue principali difficoltà? Quale, o quali dei tuoi insegnante/i ha influito maggiormente sulla tua formazione?
Forse sarebbe più interessante chiedere ai docenti che mi hanno seguito quali siano state le loro difficoltà con me… Nei primi anni di studio la mia motivazione era altalenante, e Marcella Moretti, che fu la mia insegnante prima dell’ammissione in Conservatorio, ebbe un gran da fare per farmi studiare con costanza e passione. Fui decisamente fortunato in Conservatorio a Milano dove, grazie alle cure amorevoli di Nicoletta Mainardi, con la quale ho sempre avuto uno splendido rapporto personale, ebbi modo di sentirmi sempre accompagnato passo passo in ogni mia decisione. Fu lei che sostenne il mio desiderio di studiare la viola da gamba mettendomi in contatto con Nanneke Schaap, la persona che per prima mi aprì gli occhi sul nesso indissolubile tra musica e parola, e mi portò alla scoperta di alcuni dei capolavori assoluti dell’epoca barocca: Membra Jesu Nostri di Buxtehude, e le Passioni di Bach. Quando compresi che volevo intraprendere seriamente lo studio della musica antica, la prof.ssa Mainardi mi suggerì di studiare con Cinzia Barbagelata, Emilia Fadini, e soprattutto Roberto Gini (musicista di spessore assoluto, da cui ho imparato il rispetto profondo verso la partitura e la ricerca del vero, o almeno di quello che più vi si avvicini) e infine Marco Testori, eccellente didatta in grado di combinare sia l’aspetto tecnico che quello interpretativo, decisivo nel motivarmi alla scelta di specializzarmi sul violoncello barocco e mia guida per l’ammissione alla Schola Cantorum di Basilea. Ed ora, da tre anni, studio con Christophe Coin e Petr Skalka, due violoncellisti superlativi, agli antipodi fra loro come metodologia di insegnamento, cosa che mi permette di trarre il meglio da ognuno dei due. Una menzione speciale la devo fare per Giorgio Paronuzzi, mio insegnante di basso continuo alla Schola Cantorum, che mi sprona ad andare sempre oltre i miei limiti: anche lui certamente rientra tra i maestri a cui devo di più. Così come devo tanto agli insegnanti delle materie complementari che seguo a Basilea (Florian Vogt, Johannes Menke, Kate Dineen, Markus Hunninger), e anche a figure che non sono state propriamente miei insegnanti, ma da cui ho imparato moltissimo lavorando al loro fianco: Andrea Marcon, Vaclav Luks, Marco Pace, Nicola Moneta… tuttavia l’insegnante che mi ha formato di più è stato mio padre, Francesco, con il quale ho imparato l’amore per la musica a 360°, e con il quale ho approfondito lo studio dell’armonia e della  storia della musica. Se oggi posso aspirare a vivere della mia passione e godere di ogni nota che suono, è grazie a lui.

Nel rapporto docente allievo, secondo te, si impara di più ascoltando una spiegazione teorica o ascoltando il maestro suonare?
Penso che, per rispondere a questa domanda, bisogni sempre considerare l’allievo, le sue caratteristiche, i suoi interessi, le sue diverse reazioni ai diversi stimoli cognitivi. Per tanti anni il mio rapporto con gli insegnanti è stato basato più sulla comunicazione verbale e sulla discussione del brano affrontato. Con il mio maestro attuale, il metodo di insegnamento è basato quasi unicamente sull’osservazione del docente, e in misura minore sulla conversazione. Personalmente ritengo che un buon compromesso tra i due opposti sia l’ideale: se ci si limita a suonare il passaggio per lui, l’allievo tenderà a scimmiottare o ad imitare l’interpretazione del maestro. Se invece ci si limita a una spiegazione verbale, il rischio è di non essere abbastanza concreti e di non far afferrare il nocciolo del discorso all’allievo. [continua ⇒]