• en
  • it
ACCADDE OGGI - Il 26 giugno 1837, nasce a New Orleans il compositore Ernest Guiraud

Roberto Soldatini (2)


Che lei sappia, in passato ci sono stati altri musicisti innamorati del mare come lei?

Il Mare ha sempre ispirato gli artisti d’ogni epoca. Tuttavia, che io sappia, non ce ne sono altri che hanno scelto di vivere in barca, e soprattutto con un violoncello. Ma sarebbe simpatico se altri avessero questo sogno e si formasse una piccola flotta di musicomarinai, o un condominio acquatico di musicisti. Tra l’altro ho scoperto un altro vantaggio del vivere in barca: si può suonare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Gli scafi sono molto ben isolati e l’acqua stessa fa da isolante, cosicché non si sente niente di quello che accade nella barca a fianco. Un vantaggio non trascurabile per un musicista, che viene spesso vessato dai vicini. Ai quali però non si può dare del tutto torto.

Quali sono le sue rotte solitarie? Quali i porti dove torna volentieri?

In sette anni ho navigato in solitario per 23.000 miglia (circa 45.000 km) in lungo e in largo per il Mediterraneo. Sognavo di fare il giro del mondo, ma mi sono reso conto che c’è talmente tanto da vedere nel Mare Nostrum, che non basta una vita. Miglio dopo miglio la mia anima si riempie di bellezze, di amicizie, di racconti, di cultura e di storia, quella delle nostre origini. Tutto è nato qui: la democrazia, la medicina, la filosofia, il teatro e la musica. Questo mare è la culla della civiltà moderna. E la Grecia è il luogo dove il senso dell’armonia, della bellezza, della filosofia, si è conservato meglio. I suoi porti sono quelli dove torno sempre volentieri. Lì vivono ancora gli dei.

Definire l’esperienza della musica è certamente cosa complessa…lo stesso per quella del navigare. Infatti molti autori e scrittori si sono dedicati all’uno o all’altro di questi due temi. Secondo lei, comunque, c’è un rapporto tra questi due mondi? Può parlarcene?

Spesso in navigazione mi metto seduto a prua, con i piedi a penzoloni fuori della barca e la mente che spazia nell’infinito. Non mi stancherei mai di guardare il mare, sempre uguale, sempre diverso. Le onde sembrano sempre uguali, in realtà non ce ne sarà stata una uguale da quando esiste il mare, perché le variabili che concorrono a formare un’onda sono talmente tante che penso sia impossibile ce ne possa essere stata una perfettamente identica a un’altra. E mi fa venire in mente la scrittura di Johann Sebastian Bach, dove cellule tematiche apparentemente uguali variano continuamente autorigenerandosi. Osservando le onde spesso mi sembra di ascoltare il Preludio della Suite n. 1 per violoncello solo: un’onda sale come una frase musicale, poi frange e lascia il posto a un’altra, che sembra uguale ma non lo è. Uscendo dal ventre di quella che la precede ne porta con sé il germe, variandolo per poi porgerlo all’onda successiva. Come in Bach, appunto.

Marinai e musicisti sono personalità simili?

Il direttore d’orchestra, avendo a che fare con un centinaio di musicisti, tra orchestrali, cantanti e coro, è indispensabile che abbia un perfetto controllo di sé per percepire tutto. È come se il cervello funzionasse su due piste. Una che registra ciò che sente cogliendone gli errori o le sonorità da correggere, anche istantaneamente. L’altra invece è spostata in avanti, perché deve anticipare il suono dell’orchestra con i movimenti delle mani e delle braccia per guidarla. Un po’ come in mare, dove bisogna registrare i suoni dell’acqua e delle vele, e allo stesso tempo prevedere come si comporterà la barca rispetto alle onde e al vento. Dalle orchestre sinfoniche, nelle sale da concerto, sono passato a dirigere le maree, nell’infinito.

La musica è un linguaggio molto ricco, che può esprimere più di altri la profondità di un individuo. Il fascino del mare è nella sua estensione, ma il suo enigma è negli abissi? La musica può essere un sonar che fa chiarezza negli abissi del nostro animo, come il mare?

Più che gli abissi ciò che trovo stimolante è l’orizzonte, che in mare si sposta sempre più in là. La visuale di un orizzonte infinito è la condizione ideale in cui si può liberare il subconscio. Così i pensieri corrono più veloce e più lontano. Mentre l’acqua di mare pulisce l’anima dalle incrostazioni, dalle cattive abitudini che si appiccicano alla pelle sulla terraferma. Navigare è necessario per spogliarmi delle abitudini artificiali, dei pregiudizi, delle imperfezioni del mondo civilizzato che avvelenano l’anima, e trovare nella solitudine e nella grandiosità della natura un’armonia più corretta. Dove continuare la battaglia per stremare e poi uccidere quella parte falsa, quella parte di Mr. Hyde che è in ognuno di noi. Ogni rotta per mare è anche e soprattutto un pellegrinaggio spirituale.

Per Joseph Conrad il mare è il luogo dell’anima, quello di Melville è titanico e biblico, quello di Stevenson stazione climatica di nobili leggende: il suo mare come è?

Il mare è tutte queste cose insieme e nessuna al tempo stesso. Il mare svuota e poi riempie, come le maree. Ma il mare per me rappresenta l’amore, citando Denecia, autobiografia di una barca: “Soprattutto non mi stancherò di raccontare l’amore, che è di per sé la cosa per cui a voi umani varrebbe la pena di vivere. Ora lo so. È la cosa che più vi fa onore, che vi riscatta da tutti gli orrori e gli scempi di cui siete capaci, di cui vi siete macchiati da che c’è memoria. Alla fine di ogni rotta quel che conta davvero è l’aver amato. Quindi non lasciatevi sfuggire l’occasione di farlo, ogni giorno della vostra vita. È in questo sentimento che risiede l’immortalità. Solo in questo. Perché l’amore è come il mare, ritorna sempre sotto forme diverse. Non finisce mai”.

La musica è un linguaggio universale, che rispetta e valorizza tutte le culture. Secondo Lei questo vale anche per il mare? Una terra di mezzo che unisce tutte le terre?

Continuando a citare Denecia: “Del resto per chi vive in mare anche i continenti sono tutto sommato delle grandi isole. Perché è l’acqua che fa da padrone sulla terra, compre i sette decimi del globo. Dalla prospettiva degli umani potrebbe sembrare che il mare divida le terre, ma noi yacht sappiamo che non è così. Il mare è come una colla liquida, che tiene unite le genti di tutti i continenti. Il mare unisce”. Per tutti i marinai del mondo c’è un linguaggio universale, quello della solidarietà, del rispetto, della curiosità. Tra loro c’è un’osmosi che mi ricorda quella che, fino a poco tempo fa, c’era anche tra i musicisti.

Un Cd di Giovanni Sollima è intitolato “We were trees”. Ma se invece, prima, fossimo stati pesci?

Quella di evocare la natura è una moda che rischia a volte di sconfinare nella speculazione. Un rischio che corro anch’io, come tutti. Non mi sento di dire che siamo stati pesci all’origine, ma comunque abbiamo un legame molto forte con l’acqua e con il mare. Vivere in barca è un po’ come ritrovare il ventre della madre, per galleggiare isolati, protetti dal mondo esterno. Come ritrovare la cuccia che si cerca da bambini costruendo piccoli rifugi o scegliendo l’interno degli sgabuzzini come luogo per giocare, isolarsi, sentirsi protetti. Insomma una barca è una casa-cuccia-utero galleggiante. E suonare in mezzo al mare, dove le vibrazioni si diffondono nella natura può farci tornare a far parte del tutto. Una volta, mentre stavo suonando Il Cigno di Saint-Saëns, quando il sole si stava immergendo in mare, vidi arrivare un branco di delfini verso di me. Poi cominciarono a saltare. Fecero dei salti altissimi, molto vicini a dove stavo suonando. Così vicini che stentai a credere a quel che vedevo. E mi piace pensare che siano stati attratti dalla musica, come nella mitologia greca. Ecco, tornare a far parte della natura, dell’universo, del tutto.

Grazie mille per la sua disponibilità. A presto e buona navigazione.