ACCADDE OGGI - Il 23 luglio 1933, muore a Vence il violoncellista e compositore Louis Abbiate

“Il ‘Prete rosso’ estroso violinista e stravagante compositore di concerti è ben ancorato nell’immaginario collettivo degli ascoltatori odierni; la sua musica vocale, tanto sacra quanto profana, è ormai sempre più nota; studi specifici hanno da tempo esplorato i suoi contributi ad altri strumenti acuti. È dunque giunta l’ora di rivolgere la nostra attenzione verso il basso; è necessario esplorare a fondo quell’altro Vivaldi che per lunghi anni fu insegnante di violoncello, contrabbasso e viola da gamba e che dette all’evoluzione degli archi bassi un contributo decisivo”

Spesso, chi si trova fra le mani un documento di argomento musicale del ‘700 ha la sensazione di perdersi fra i termini usati per indicare gli strumenti della famiglia degli archi: violone, violone da braccio, violone piccolo, viola, viola da braccio, viola da spalla, basso viola / basso di viola, viola bassa, basso viola da braccio / basso da braccio, violoncino, violoncello, bassetto di viola / bassetto viola, violoncello da spalla, violone, violone grande, violone grosso, violone doppio, violone basso, basso, viola contrabasso, violone contrabasso, contrabasso. Ma è possibile stabilire in modo univoco quali fossero le caratteristiche degli strumenti indicati con questi termini?

Quando si può iniziare a parlare di musica violoncellistica? E chi furono i primi compositori di musica per violoncello? E i primi violoncellisti (o violoncelliste?) del contesto musicale europeo in generale, ma soprattutto del contesto veneziano all’interno del quale Vivaldi dava forma alle sue idee musicali? E quale la sua conoscenza diretta del violoncello?

Quanto i contesti esecutivi interferivano con il modo di suonare gli strumenti musicali, o sulla scelta di strumenti di diverse dimensioni? In quale posizione venivano tenuti gli strumenti mentre si suonava? Cosa siamo in grado di ricostruire, relativamente al movimento delle mani degli interpreti (ad esempio sulle diteggiature, o sull’uso del capotasto, o sul maneggio dell’arco)?

Quali erano le differenze di forma, d’uso e di tecnica esecutiva, fra violoncello e gli altri bassi d’arco?

E infine quali sono le composizioni di Vivaldi dedicate ai bassi d’arco? E quali informazioni abbiamo a disposizione per ricostruire il contesto della loro genesi e per sapere come Vivaldi voleva venissero eseguite?

Sembra incredibile che in un unico libro, sia pure di quasi 600 pagine, sia possibile affrontare tutti questi argomenti in modo approfondito e puntualmente documentato, eppure è così.

Bettina Hoffmann riesce nell’ardua impresa di mettere ordine in un mondo che a prima vista appare confuso ed indefinito. Presenta ed esamina le fonti con acuto rigore scientifico, mette in evidenza le informazioni che se ne possono ricavare, ma non pretende di dare certezze, dove tali certezze non si possono poggiare su solide fondamenta. Fa delle ipotesi, e soprattutto fornisce un ricchissimo materiale, ben organizzato e strutturato, a chi voglia approcciarsi in modo non superficiale al repertorio vivaldiano.

Particolarmente affascinante, anche per il “profano”, la finestra “al femminile” spalancata sul mondo circoscritto dalle mura dell’Ospedale della Pietà (capitolo secondo).

Più tecnici, ma comunque sempre piacevolissimi alla lettura, gli altri capitoli del volume che, pagina dopo pagina, ricostruiscono un mondo di uomini, di strumenti e di suoni. Un mondo di sperimentazioni, spesso anche ardite, che esce vivo dalle pagine degli antichi documenti. Uomini (e donne) che imparano a suonare per vivere e che della musica fanno la loro vita, nella continua ricerca di novità. Dita che scivolano agili sulle corde alla ricerca di suoni sempre più acuti, tavole armoniche che si allungano, si allargano, si accorciano. Archi che cercano modi sempre nuovi per ottenere dalle corde i suoni desiderati.

Un libro da leggere, rileggere, consultare. Un libro che non può mancare nella libreria di chi studia la storia della musica, di chi voglia suonare Vivaldi, ma che può essere molto interessante anche per chi, pur senza suonare, adora ascoltare le composizioni di Vivaldi.

Bettina Hoffmann, nata a Düsseldorf Düsseldorf, vive a Firenze dove svolge una vivace attività come violista da gamba, violoncellista barocca e studiosa della storia dei suoi strumenti. Come solista e con Modo Antiquo, ensemble apprezzato in particolare per le interpretazioni vivaldiane, è presente nei maggiori festival e teatri europei. Tra la sua produzione discografica sono da ricordare le incisioni dedicate a Marais, Ortiz, Ganassi, Schenck e Gabrielli. Sul versante musicologico si segnala il suo Catalogo della musica per viola da gamba e il volume La viola da gamba, edito in italiano, tedesco e inglese. È docente al Conservatorio di Vicenza e alla Scuola di Musica di Fiesole.

 

BETTINA HOFFMANN
I bassi d’arco di Antonio Vivaldi
Fondazione Giorgio Cini – Studi di musica veneta. Quaderni vivaldiani, vol.19
Olschki Editore, 2020
pp.XVI-596
ISBN: 978-8822266903

Contatto Angelo Zanin, violoncellista del Quartetto di Venezia, per chiedergli se è disponibile a rispondere a qualche domanda. Accetta di buon grado e risponde a stretto giro di posta. Mi piacerebbe avere la possibilità di incontrarlo di persona, ma mille impegni mi costringono ad accontentarmi di un contatto virtuale. “Sarei più a mio agio se ci dessimo del tu”, mi scrive. E accetto volentieri…

Quando hai iniziato a suonare e perché hai scelto proprio il violoncello?
Ho iniziato lo studio del violoncello dopo aver cantato nel coro e aver iniziato il pianoforte. Un po’ tardi rispetto ai miei coetanei, cioè dopo la terza media, ma venivo da una famiglia in cui la musica non era né considerata né prevista. Penso quindi sia stato normale per me aver sviluppato questo desiderio e la necessità di questo studio un po’ più avanti con l’età. Intendo dire che non avevo il supporto familiare che tanti ragazzi hanno (papà o mamma musicisti, la fortuna di avere musica in casa sin dall’infanzia e la spinta ad andare ai concerti e ad ascoltare dischi) e quindi ho dovuto prendere coscienza da solo della mia attitudine e lottare per poterla sviluppare. Questo però ha fatto sì che io avessi da subito una chiara consapevolezza della mia passione e la determinazione allo studio e al sacrificio che la Musica comporta, cosa che in molti ragazzi non è così scontata, soprattutto a quell’ età. Perché proprio il violoncello?… Forse fu un po’ casuale… Studiavo pianoforte, avevo un vicino di casa che suonava il corno alla Fenice e, sapendo della mia passione, mi suggerì di studiare il violoncello… “Perché così potrai suonare le Suites di Bach”. All’epoca non conoscevo il violoncello e tanto meno sapevo chi fosse Bach, ma questa storia mi incuriosì e così andai ad un concerto in Teatro a Venezia. Fui molto colpito dalla Sinfonia n. 40 di Mozart, dall’Incompiuta di Schubert e da quella fila di violoncelli che suonavano, a volte accompagnando e a volte cantando dei temi bellissimi. Fui incantato dal colore di quel suono, caldo, affascinante e sinuoso, e in quel momento decisi che il violoncello sarebbe stato il mio strumento.

Quali maestri sono stati più determinanti nella tua formazione e da quali punti di vista?
Ho avuto la fortuna di avere degli insegnanti formidabili e ritengo che questa sia una delle cose più importanti per un ragazzo che comincia lo studio di uno strumento. Ed è anche una delle cose su cui bisognerebbe poter intervenire in una istituzione scolastica… Quanti ragazzi sono stati trascurati e rovinati da persone che con la figura di insegnante non hanno niente a che vedere! L’insegnamento non è una professione adatta a tutti: ci vuole amore, passione, dedizione, disponibilità al sacrificio, oltre ovviamente a importanti doti strumentali… Il mio primo Maestro fu Aldo Pais, il primo violoncello dell’orchestra che mi aveva fatto scoprire Mozart e Schubert. Era molto anziano, ma mi condusse dalla prima lezione fino all’esame di quinto anno, dandomi basi eccellenti, stimolando il mio amore per la musica e facendomi scoprire tanti stili, in particolare il novecento… Ero molto giovane per le possibilità tecniche che avevo e lui mi spingeva a studiare Hindemith e Malipiero. Lo adoravo. Era il nonno che non avevo mai avuto, paziente e buono, mai una brutta parola, mai una alzata di voce. Gli sono rimasto tanto affezionato e lo andavo a trovare sempre. A volte gli facevo sentire qualcosa, Boccherini, su cui lui lavorava, e i suoi studi… Quando avevo bisogno di parlare, di confidarmi, di chiedere un consiglio, lui c’era sempre. Mi ha aiutato tanto e gli devo moltissimo. Devo raccontare questo aneddoto sul mio primo maestro, perché mi è sempre sembrato molto strano. Studiavo, in quell’anno, il quarto volume di studi di Stutschewsky. Sapevo che avrei dovuto presto iniziare gli studi di Duport ed ero molto eccitato a quell’idea. Sapendo che mancavano solo due tre studi di quel volume, un giorno andai in classe e gli dissi: “Caro Maestro, vorrei tanto iniziare Duport, tanto ormai ho quasi finito…” Lui mi guardò con quei suoi occhi  sereni e buoni e mi rispose: “Fammi vedere quali sono questi tre studi che mancano…” Gli diedi il libro e lui lo sfogliò fino ad arrivare alla fine. Poi mi disse ” Angelo, non ancora: questo di Hindemith lo devi fare assolutamente”. Allora andai a casa e, pur non capendo perché dovessi proprio farlo, lo studiai e glielo portai poi a lezione. Non che mi piacesse molto all’epoca, ma lui me lo fece studiare ed apprezzare facendomelo suonare tutto, pur sottotempo dato che non ero ancora così brillante… Anni dopo, forse quarant’anni dopo quella lezione, abbiamo avuto una proposta dalla Rai di suonare un quartetto di Hindemith e, ovviamente, abbiamo accettato. Quando è arrivata la parte e l’ho sfogliata per iniziare a studiarla… non volevo crederci!… Sono andato a tirare fuori il vecchio libro di Stutschewsky per confrontarlo ed era proprio lui! Uguale uguale! Lo studio era il quarto tempo del quartetto, un tempo dove il violoncello ha una parte solistica importante: sviluppa un tema stupendo, che dà al brano un carattere ritmico e vivace, quasi rapsodico. Bello vero?  Anche incredibile! Mi aveva fatto studiare questo tempo di Hindemith quando ero così giovane, e il quartetto ancora non era nei miei pensieri… l’ho sempre trovato tanto strano! Quando il M° Pais andò in pensione, passai nella classe del M° Adriano Vendramelli, e là cambiò tutto. Era un uomo un po’ burbero, di carattere diametralmente opposto a quello del mio precedente maestro, e con un metodo di insegnamento completamente diverso… Inizialmente non fu per niente facile: dovevo cambiare molte cose nel mio modo di suonare e, trovandomi a studiare Popper e Servais, era molto complicato. Poi, piano piano, mi sono abituato, ho capito la sua metodologia e mi sono adattato. Mi ha aiutato moltissimo in tante cose: sonorità, agilità, vibrato, consapevolezza, sviluppo tecnico. E con lui ho fatto il mio diploma. Anche lui era primo violoncello in Teatro, e con lui ho avuto le mie prime, e uniche, esperienze in orchestra. All’epoca ero in settimo anno e, per me, suonare nell’orchestra della Fenice era un sogno. Grazie a lui ho potuto vivere, anche se per brevi periodi, l’ambiente del teatro, dell’opera. Ricordo Falstaff, Traviata, Maria di Rudenz, Trovatore, ma anche concerti sinfonici e di musica contemporanea: esperienze fondamentali per un giovane studente. Il mio Maestro mi accompagnava in questo percorso, aiutandomi, consigliandomi, suggerendomi, e questo era molto importante, perché avevo la sua guida non solo a scuola, ma anche nell’ambiente professionale. Il mio Maestro più importante è stato però certamente Paul Szabò, ungherese, cellista del celeberrimo quartetto Vegh. All’epoca, parliamo degli anni 80/81, non ero ancora diplomato, ma avevo già iniziato l’attività col mio quartetto e, seppur fossimo giovani, avevamo già concerti e studiavamo moltissimo. Quasi casualmente, ci eravamo iscritti ad un corso di quartetto ad Assisi, con Sandor Vegh. Era una figura leggendaria della musica da camera, ma all’epoca noi non lo conoscevamo nemmeno. La nostra prima lezione fu come una bomba… ci si spalancò davanti un mondo nuovo, e noi ne rimanemmo colpiti e affascinati. Fu incredibile! Da quel momento abbiamo iniziato a seguirlo e io ho sviluppato in me l’idea di studiare il violoncello con una persona che fosse su questa linea. Così, quando è venuto fuori il nome di Szabò, mi sono fiondato da lui. Ricordo il nostro primo incontro. Lui abitava a Locarno. Avevo chiesto una lezione e avevo portato per prima cosa il preludio della Prima Suite di Bach. Finita l’esecuzione mi disse: “Non c’è male… Vedo che abbiamo delle similitudini” (e a queste parole mi entusiasmai) “Bene: cominciamo!”
Da quel momento sono passati nove anni!!! Anni bellissimi e di duro lavoro, anni in cui ho cambiato il mio modo di suonare, ma anche la mia filosofia di vita… Ho cambiato tutto: ho studiato tutto il repertorio con lui e… ristudiato tante cose (per esempio gli studi di Popper). Szabò mi ha plasmato, nel corso dello studio, facendomi scoprire un modo di suonare diverso. Ne ero attratto, come un’ape da una rosa. Volevo assolutamente suonare come lui, ma questo non era per niente facile, perché lui era un musicista incredibile, con delle qualità tecniche e musicali di prim’ordine. Aveva un suono, un arco, un vibrato eccezionali, che io ho ritrovato solo in grandissimi esecutori. Mi affascinava quando diceva: “Casals mi ha detto ‘fai così’”, o quando parlava di Bartok, Kodaly, la sua Ungheria, o i grandi musicisti con cui suonava, come Rudolf Serkin o Artur Grumiaux. O quando mi parlava di quel concerto a Tokio, o dell’incisione del quintetto di Schubert con Casals e Prades… Insomma, era una fonte inesauribile di aneddoti e di ricordi di persone leggendarie. Con lui ho studiato e incrementato il mio repertorio, soprattutto il repertorio classico, e ho avuto dal suo insegnamento tutto ciò che sono oggi. Con lui ho studiato anche il repertorio quartettistico e con lui ho suonato il quintetto di Schubert, il sestetto di Brahms, con Bruno Giuranna alla viola, e anche quintetti di Boccherini e Borodin. Mi scuso se mi sono un po’ dilungato sui Maestri che ho avuto ma, come dicevo all’inizio, non mi stancherò di ricordare quanto l’avere un buon Maestro sia importantissimo. Devo poi molto anche al Maestro con cui ho iniziato la mia attività di musica d’insieme. Questa persona era Sirio Piovesan, un violinista veneziano di grande qualità musicali ed umane. Con lui (ero al quarto anno) ho iniziato a studiare il grande repertorio (Haydn, Mozart, Wolff, Britten, Vivaldi…). Eravamo una piccola orchestra d’archi che suonava meravigliosamente e mi ha dato le basi del suonare assieme. E infine non posso non ricordare Piero Farulli, la mitica viola del quartetto Italiano, con il quale abbiamo studiato a Fiesole e all’Accademia Chigiana di Siena, che ha saputo trasmetterci una parte del suo carattere e della sua vivacità umana.

Certo: avere dei buoni maestri è fondamentale… ma è importante anche essere dei buoni allievi! Esiste, secondo te, un modo per capire se un bambino ha la possibilità di diventare un buon violoncellista?
Non è sempre facile capire se un bambino può avere caratteristiche adatte per affrontare questo tipo di studio. È facile vedere se ha talento naturale, qualità musicale, ma è molto difficile capire se avrà forza di volontà, caparbietà, resistenza… Lo studio di uno strumento è complesso e difficile: a volte ragazzi di grande talento non hanno poi la capacità di sacrificare il loro tempo allo studio. Per questo credo sia determinante la scelta personale del ragazzo e non l’imposizione da parte dei genitori: solo la scelta consapevole e determinata dalla passione per la Musica può fare andare avanti in un percorso così lungo e irto di difficoltà. Credo che il buon insegnante debba prima di tutto capire le qualità del ragazzo e poi stimolarne la crescita attivando in lui curiosità, allegria e leggerezza nello studio cercando, attraverso la serietà e la costanza, di accrescerne la passione.

E quali sono le difficoltà principali che i violoncellisti devono superare all’inizio del loro percorso di studi (a parte le fiacche sulle dita della mano sinistra)?
Credo che, nel caso degli strumenti ad arco, la difficoltà principale sia riuscire a tirare fuori un suono decente dallo strumento, che inizialmente sembra in grado di produrre solo grattate e fischi. Ma è importante anche un’impostazione corretta della mano sinistra, che permetta di intonare bene le note. Una cosa molto difficile per alcuni è poi la postura sullo strumento, lo stare dritti, il sedersi correttamente, e anche l’impostazione della tenuta dell’arco e della giusta cavata. Torno a parlare dell’importanza di avere un insegnante capace e disponibile nella prima parte dello studio, perché è fondamentale poter essere seguiti e corretti con costanza da una persona capace ed esperta.

Ma un maestro può proporre ai suoi allievi sempre la stessa sequenza di pezzi ed esercizi da studiare? O deve calibrarli sulle difficoltà specifiche di ogni studente?
Penso che ci siano una serie di pezzi quasi obbligatori per i violoncellisti. Sono studi principalmente, che rimangono fondamentali per tutti e da cui tutti devono passare. Penso allo studio n.5 dei 113 studi di Dotzauer, al n.8 con le doppie corde o lo studio arpeggio di Duport, o al capriccio n.2 di Servais, o ai nn.6, 10, 22 di Popper, o i nn.1 e 12 di Piatti… Tutti studi importantissimi, che tutti noi abbiamo studiato, e sui quali abbiamo dovuto sudare… chi più chi meno. Ma penso anche che ogni allievo debba poi fare un suo percorso che può essere anche molto differente da quello di un altro allievo. L’importante è che, in ogni caso, questo percorso dia al ragazzo la possibilità di accumulare nella sua preparazione le capacità necessarie a poter poi suonare i grandi capolavori del repertorio.

E quando si inizia a suonare con altri musicisti? Quali sono le difficoltà da superare? È più facile imparare a suonare con altri violoncellisti, o in quartetto, o con il pianoforte, o in orchestra?
È una domanda complessa che credo abbia risposte molto personali. Posso parlare della mia esperienza di vita, ma penso che sia molto differente da altre… Io ho avuto sin dall’inizio il forte stimolo di suonare assieme agli altri. Per me è sempre stata un’esigenza fondamentale e imprescindibile. Ricordo che, già dai primi studi di Dotzauer, mi emozionavo quando il Maestro si sedeva al mio fianco e mi accompagnava al violoncello. Sentivo che quella umile melodia che suonavo a casa da solo si arricchiva, si ampliava… e mi piaceva così tanto! Per questo da subito ho cercato collaborazioni: prima in classe con i miei compagni. Ricordo che, un po’ più avanti, avevo formato un duo di violoncelli con Alessandro Zanardi (poi primo violoncello alla Fenice). Insieme ci divertivamo suonando gli studi le sonate di Breval e Boccherini e ci facevamo anche scrivere pezzi dai nostri amici studenti di composizione. Come ho già detto prima, in quarto anno ho cominciato l’orchestra d’archi con Piovesan, e da lì poi il quartetto col pianoforte e il quartetto d’archi sono stati naturali conseguenze. Ho sempre avuto voglia e passione di suonare assieme agli altri, perché credo che la condivisione sia non solo la cosa più bella della Musica, ma anche la più importante per qualsiasi musicista, e quindi io la consiglio a tutti fin da subito. Suonare con un altro violoncellista è molto facile, perché i problemi sono comuni e si possono risolvere facilmente insieme. Qualche complicazione in più la dà il pianoforte (soprattutto nel primo periodo di studio), perché spesso il pianista non ha nessuna esperienza cameristica e tende a sopraffare il suono del violoncello.  Credo che la pratica cameristica dovrebbe essere resa obbligatoria anche per tutti i pianisti. In quartetto è meraviglioso, e io ne sono stato innamorato da subito, tanto che ne ho fatto la mia ragione di vita. Non credo ci sia un complesso più bello, difficile e perfetto del quartetto d’archi. Come dice Luciano Berio, non solo è il simbolo della civiltà musicale occidentale, ma anche “una scuola di democrazia che tutti dovrebbero aver frequentato”. Suonare in quartetto per me è stato l’approdo naturale per la mia “voglia di Musica”: avevo solo bisogno di trovare altri tre compari con lo stesso ideale e, per fortuna, li ho trovati già a scuola (siamo assieme da oltre 35 anni…credo sia un record!). Suonare in quartetto è semplicissimo e difficilissimo allo stesso tempo, e la prima cosa che devi fare è sempre un passo indietro. Poi vengono il sapersi ascoltare, il seguirsi naturalmente, il plasmare la propria idea forgiandola con quella degli altri tre, l’avere rispetto della volontà altrui, il cercare di assemblare il proprio suono, la propria intonazione, il proprio vibrato al servizio di un fine comune, il dedicarsi esclusivamente a questa attività trascurando e tralasciando altre cose e… senza pensare mai ai soldi! Alla fine, devi avere una grande passione e un grande spirito di sacrificio. Non bastano le qualità personali: è una qualità unica che deve uscire… un matrimonio a quattro e uno strumento unico a sedici corde… Vedo oggi tanti ragazzi che si dedicano al quartetto e questo mi riempie di gioia, perché il solo sapere che un musicista cerca di dedicarsi al quartetto mi dà un senso di grande rispetto. Devo dire che è molto facile cominciare, c’è entusiasmo, voglia di suonare, bellezza musicale infinita… poi nascono i problemi musicali e caratteriali. Quindi, se non si è sorretti da due cose fondamentali, passione e spirito di sacrificio, prima o dopo ci si fermerà per forza. Per questo, come dicevo prima, bisogna saper fare sempre un passo indietro nelle proprie decisioni a favore di un bene comune. Per l’orchestra, infine, devo dire che non ho abbastanza esperienza per poter dare qualche consiglio, ma quello che ho provato suonando alla Fenice in questi brevi periodi della mia giovinezza mi ha entusiasmato, mi ha fatto conoscere il mondo del teatro d’opera e me lo ha fatto amare. Il lavoro con i cantanti credo sia una delle esperienze più importanti: quando hai la fortuna di incontrare un cantante di prima qualità, hai la possibilità di imparare tantissimo e, nella mia breve esperienza, questa fortuna è stata quando ho potuto ammirare la soprano Leyla Gencer. Poterla ascoltare in quei suoni filati meravigliosi è stato un momento molto formativo. Ma ho sempre rifiutato l’idea di suonare in un’orchestra che non avesse una qualità importante. Sprecare anni di studio riducendosi a fare una sorta di impiegato musicale non era nelle mie aspettative. Non mi è mai piaciuto il pressapochismo in Musica e ho imparato a non sottovalutare mai neanche il brano più facile e quello che conosci meglio, quindi ho sempre cercato una preparazione che mi desse la possibilità di suonare tranquillo, e per farlo dovevo studiare parecchio le parti, cosa che però non era molto comune a tutti… Ho sempre voluto essere responsabile delle note che suonavo e ho sempre cercato una preparazione adeguata a poterle suonare. All’epoca c’erano tante orchestre che questa qualità non l’avevano, e questo a me impediva anche solo l’idea di poterci stare dentro. Oggi il livello è molto più alto in generale, perché ci sono tanti giovani bravissimi e di grande talento che hanno dato un impulso di qualità a molte compagini orchestrali. Poter suonare un ciclo delle Sinfonie di Beethoven credo possa essere il sogno di ogni musicista, e a me devo dire manca molto, come mi mancano altri grandi capolavori sinfonici, ma non si può aver tutto…

Nella tua attività professionale, ti ha dato più soddisfazione suonare o ascoltare qualche tuo allievo particolarmente bravo?
Sono due esperienza completamente diverse e l’una non esclude l’altra. Sinceramente il suonare col quartetto un grande capolavoro mi dà una gioia e una soddisfazione enorme, perché è la realizzazione del mio sogno di giovane artista. Ho avuto però tanti bravissimi allievi e quando li ho ascoltati in concerto (per esempio alcuni da solisti con l’orchestra) ho sempre sperimentato un naturale orgoglio ed un’emozione paterna, ma è una soddisfazione diversa da quella che provi quando dalle tue dita escono le note di una musica… Molto spesso mi emoziona tanto sentire un mio allievo che suona, perché mi rivedo in lui in tante cose. Cerco allora di togliermi il vestito di insegnante (per non cadere nell’errore di ascoltare con l’orecchio critico) e di godermi solo il momento.

Se ti chiedessero di organizzare un concerto per dei bambini delle elementari per presentare il violoncello, cosa suoneresti?
Cercherei di presentare il violoncello nel modo più semplice ai bambini, senza parlare troppo e suonando molto. Suonerei di tutto, e non solo cose semplici, ma anche il nostro repertorio più importante, cercando di fare in modo di interessare al suono e alle possibilità timbriche ed espressive dello strumento. Vorrei suonare pezzi di vari stili e vari periodi, fino ai nostri giorni, per far capire che con il violoncello si può suonare tutto, sia Bach che una piccola canzone.

E se ti chiedessero di organizzare un concerto per degli adolescenti?
Periodo difficile… Gli adolescenti hanno già dei loro gusti molto definiti, e sono più difficili caratterialmente da approcciare. Bisognerebbe trovare un modo di spiegare ciò che si suona e come si suona, senza essere artificiosi o pedanti, ma penso sia importante che loro capiscano anche la difficoltà di suonare bene uno strumento come il violoncello. Poi credo che la cosa più importante sia attirare l’attenzione subito, proponendo un brano, per esempio qualcosa di Sollima, che sia vicino alla loro sensibilità… per poi condurli nel cuore del repertorio e far loro scoprire le nostre perle musicali. Parlo di Sollima perché lo ritengo un autore che può avere un impatto molto forte, perché fa del ritmo incalzante e della melodia immediata la sua caratteristica principale, che ben si addice ad un pubblico così giovane. Una buona idea potrebbe essere quella di portare un piccolo gruppo di giovani allievi, per poter suonare qualche brano famoso e fare capire le enormi e uniche possibilità di questo strumento.

Quali sono i tuoi autori preferiti e quali quelli che… proprio non sopporti?
Amo tutta la Musica… la “bella” Musica, che puoi trovare in ogni stile e in ogni epoca… sono stato abituato così, e cerco di spingere i miei allievi in questa direzione. Col gruppo di violoncelli che ho creato con alcuni miei allievi, studio e preparo dei concerti con vari programmi. Ho sempre voluto stimolare la curiosità musicale dei giovani verso ogni genere, dallo stile antico alle trascrizioni di brani famosi, ai brani importanti del repertorio per questo ensemble, alla musica moderna, contemporanea al Jazz e al Rock, ho stimolato amici compositori a scrivere per noi, per far capire che la bella musica si può trovare ovunque, e la buona esecuzione dipende dallo studio. Detto questo, credo che non potrei mai stare senza le Suites di Bach e, per il quartetto, mai senza Beethoven. Non sopporto la musica fatta male, senza passione e senza studio, non sopporto la musica senza ispirazione e senza un senso compiuto.

Quali sono i tuoi progetti musicali per l’immediato futuro?
Per quest’anno la realizzazione del ciclo Brahms Schumann alla fondazione Cini di Venezia, assieme ad alcuni amici musicisti eccezionali come Mario Brunello, Andrea Lucchesini, Danilo Rossi e Alessandro Carbonare. Poi un’impegnativa tournée in Sud America, e infine il completamento dell’integrale beethoveniana, a Mantova e a Trieste.

Buon viaggio in compagnia della musica che ami con tanta passione, allora… e grazie per la disponibilità!

7 giugno 2018

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