ACCADDE OGGI - Il 23 luglio 1933, muore a Vence il violoncellista e compositore Louis Abbiate

L’Associazione Appuntamento con la Musica, una piccola associazione, nata da poco, ma piena di entusiasmo, che organizza attività musicali nella provincia di Bergamo, ha recentemente condotto una ricerca sulle caratteristiche del pubblico che frequenta abitualmente i concerti di musica classica.

Dai risultati della ricerca, si può dedurre che, nel contesto dove l’associazione opera, la scuola ha un ruolo quasi irrilevante nell’avvicinare i bambini alla musica, mentre la famiglia ha invece un ruolo determinante. Solo 2 dei 270 giovani fra i 18 e i 35 anni che hanno partecipato alla ricerca (l’83%) hanno infatti dichiarato di essere stati per la prima volta ad un concerto per un’iniziativa scolastica, mentre 225 (83%) hanno dichiarato di esserci andati accompagnati da un membro della loro famiglia (percentuale che sale al 96% per chi dichiara di essere stato ad un concerto per la prima volta prima dei 10 anni).

In Italia, purtroppo, nonostante innumerevoli studi scientifici confermino, ormai senza ombra di dubbio, l’effetto fondamentale che lo studio della musica ha sullo sviluppo delle capacità cognitive e sulla gestione delle emozioni, il sistema di formazione scolastico statale, salvo qualche felice eccezione, dedica alla musica un’attenzione del tutto marginale. La musica è infatti presente nella formazione di base, ma è quasi totalmente esclusa dalle scuole superiori, incluse quelle che prevedono un insegnamento di Storia dell’Arte.

In sostanza, nel sistema scolastico italiano, la Musica non viene considerata un’Arte e i bambini che non hanno una famiglia attenta alla loro formazione musicale vengono privati delle grandissime opportunità che la musica offrirebbe loro.

Da queste premesse, è nato il desiderio di offrire al maggior numero possibile di bambini, indipendentemente dal contesto familiare in cui si trovano a crescere, almeno la possibilità di accostarsi precocemente alla musica dal vivo, di scoprire dentro di sé il desiderio di imparare a suonare uno strumento musicale, e magari di “innamorarsi” precocemente di uno strumento musicale che diventi per loro un fedele compagno di vita.

L’Associazione Appuntamento con la Musica ha quindi individuato i soggetti del territorio che abitualmente svolgono attività per i bambini e li ha coinvolti nella progettazione di appuntamenti con la musica a misura di bambino.

È nato così il progetto Prime Note, che, nel prossimo inverno (novembre e gennaio), proporrà una serie sperimentale di 16 appuntamenti.  Bimbi dai 2 ai 5 anni si troveranno, in piccoli gruppi  all’interno di quattro delle biblioteche del Sistema Bibliotecario Urbano di Bergamo, da sempre molto sensibile non solo alla promozione della lettura, ma anche alla promozione della musica, e ascolteranno, come certamente si aspettano, delle storie fatte di parole narrate loro dai volontari dell’associazione Il Cerchio di Gesso, ma avranno anche la sorpresa di trovare dei musicisti che, con i loro strumenti, racconteranno loro delle storie fatte di suoni.

Il progetto ha il sostegno della Fondazione della Comunità Bergamasca che, oltre a garantire un suo contributo, mette a disposizione, come sempre fa con i progetti delle associazioni che sostiene, una piattaforma di fundraising, attraverso la quale chiunque lo desideri potrà dare un suo contributo, e aiutare l’Associazione Appuntamento con la Musica a coinvolgere un numero sempre maggiore di bambini nel progetto Prime Note seguendo le indicazioni disponibili a questo LINK.

Buongiorno, Roberto Soldatini, e grazie per avere accettato di rispondere alle nostre domande. Prima di parlare dell’esperienza solitaria del mare può darci indicazioni della sua vita di musicista precedente a questa?
Dopo aver ricevuto una prima formazione musicale da mio padre (prima tromba dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia), ho studiato al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. A partire dall’età di 15 anni ho svolto attività concertistica come violoncellista. Ho anche fatto parte dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, dove ho conosciuto Giuseppe Patanè, che mi ha offerto di divenire suo assistente. Successivamente sono stato scelto da Myung-Whung Chung come suo assistente all’Opéra Bastille di Parigi. Dal debutto in Italia, a Spoleto, come direttore d’orchestra ho svolto attività come direttore d’orchestra, divisa equamente tra il genere sinfonico e quello operistico. Nel 1992 ho aperto la stagione del Teatro Nazionale di Atene e inaugurato la riapertura, dopo il restauro, del teatro “Maria Callas” dirigendo L’assedio di Corinto di Rossini. In quell’occasione ho incontrato un collezionista che mi ha affidato il suo violoncello del Settecento. Insieme a Leo de Berardinis ho ideato Studio sul Don Giovanni di Mozart (rappresentato a Bologna, alla Sacra Malatestiana, a Spoleto, ecc), che ha dato vita a una lunga collaborazione e amicizia con il celebre attore-regista (raccontata in un capitolo del libro La terza vita di Leo, edito da Titivillus). Dopo la prima opera lirica da camera Come le maree sotto la luna (su libretto di Leo de Berardinis, tratto dal Re Lear di Shakespeare, Teatro Verdi 1997) mi sono dedicato all’attività di compositore: in collaborazione con Ruggero Cappuccio e Claudio di Palma ho scritto delle opere finalizzate a fondere il teatro di prosa con quello lirico: Pulcinell’Ade, Manfred (da Byron), La favola dell’amore (da Hesse), rappresentate nell’ambito del festival di Benevento Città Spettacolo. Dal 1984 sono docente di violoncello al Conservatorio di Musica. Attualmente a quello di Avellino. A Napoli mi sono divertito a debuttare come attore protagonista in Meglio la morte che una tal sorte, tratto da José Saramago, per la regia di Luca di Tommaso, al Teatro Bellini. Come scrittore ho pubblicato tre libri. Nel 2014 La musica del mare (premio Marinkovich per la letteratura) e nel 2016 Sinfonie Mediterranee (entrambi editi Nutrimenti). La traduzione in francese (edition Zeraq), La musique de la mer ha vinto il Prix Albatros 2017 (primo autore non francese premiato). Il romanzo Denecia, autobiografia di una barca è stato pubblicato da Mursia a maggio di quest’anno.

Come è nata la scelta di navigare in compagnia di un violoncello? Quale violoncello e quali spartiti porta con sé fra le onde?
In realtà quando decisi di vivere in barca stavo accarezzando l’idea di lasciare il violoncello, perché avevo intenzione di voltare pagina e di lanciarmi di bolina stretta in una nuova avventura. Poi è stato il mare stesso che mi ha suggerito un nuovo modo di considerare la musica e l’interpretazione. Dapprima suggerendomi una diversa maniera di suonare, ritornando ai ritmi della natura, poi ispirandomi un concerto, quello che sto portando in giro per l’Italia, dal titolo “La musica del mare”, dove suono e recito contemporaneamente, in cui i testi non sono semplicemente letti con un accompagnamento musicale: i ritmi e le melodie della voce sono scritte in partitura insieme alla parte del violoncello. Una rotta immaginaria attraverso scene mitiche della letteratura di mare. Gli spartiti che porto con me sono fogli bianchi, su cui scrivo note con l’acqua di mare. Oltretutto in barca più di tanto non c’entra – e il ritorno all’essenziale è una delle cose che più mi hanno affascinato dell’idea di vivere in barca – quindi gli spariti che ho portato sono quelli nella mia memoria. E poi il mare è già uno spartito: il suono del vento, quello che genera gonfiando le vele o facendo vibrare sartie e drizze, il suono delle onde che si frangono e quello dello scafo che le solca. Tutto questo è già una musica, con i suoi ritmi, le sue melodie, la sua polifonia, le sue armonie. Il violoncello che naviga con me è l’unico che ho, è quello che mi è stato affidato da un collezionista armatore greco. È un presunto Stradivari, su cui sono state fatte perizie assai discordanti tra di loro. Comunque, Stradivari o no, è l’unico violoncello del Settecento ad avere il sale sulla pelle.

Che lei sappia, in passato ci sono stati altri musicisti innamorati del mare come lei?
Il Mare ha sempre ispirato gli artisti d’ogni epoca. Tuttavia, che io sappia, non ce ne sono altri che hanno scelto di vivere in barca, e soprattutto con un violoncello. Ma sarebbe simpatico se altri avessero questo sogno e si formasse una piccola flotta di musicomarinai, o un condominio acquatico di musicisti. Tra l’altro ho scoperto un altro vantaggio del vivere in barca: si può suonare a qualsiasi ora del giorno e della notte. Gli scafi sono molto ben isolati e l’acqua stessa fa da isolante, cosicché non si sente niente di quello che accade nella barca a fianco. Un vantaggio non trascurabile per un musicista, che viene spesso vessato dai vicini. Ai quali però non si può dare del tutto torto.

Quali sono le sue rotte solitarie? Quali i porti dove torna volentieri?
In sette anni ho navigato in solitario per 23.000 miglia (circa 45.000 km) in lungo e in largo per il Mediterraneo. Sognavo di fare il giro del mondo, ma mi sono reso conto che c’è talmente tanto da vedere nel Mare Nostrum, che non basta una vita. Miglio dopo miglio la mia anima si riempie di bellezze, di amicizie, di racconti, di cultura e di storia, quella delle nostre origini. Tutto è nato qui: la democrazia, la medicina, la filosofia, il teatro e la musica. Questo mare è la culla della civiltà moderna. E la Grecia è il luogo dove il senso dell’armonia, della bellezza, della filosofia, si è conservato meglio. I suoi porti sono quelli dove torno sempre volentieri. Lì vivono ancora gli dei.

Definire l’esperienza della musica è certamente cosa complessa…lo stesso per quella del navigare. Infatti molti autori e scrittori si sono dedicati all’uno o all’altro di questi due temi. Secondo lei, comunque, c’è un rapporto tra questi due mondi? Può parlarcene?
Spesso in navigazione mi metto seduto a prua, con i piedi a penzoloni fuori della barca e la mente che spazia nell’infinito. Non mi stancherei mai di guardare il mare, sempre uguale, sempre diverso. Le onde sembrano sempre uguali, in realtà non ce ne sarà stata una uguale da quando esiste il mare, perché le variabili che concorrono a formare un’onda sono talmente tante che penso sia impossibile ce ne possa essere stata una perfettamente identica a un’altra. E mi fa venire in mente la scrittura di Johann Sebastian Bach, dove cellule tematiche apparentemente uguali variano continuamente autorigenerandosi. Osservando le onde spesso mi sembra di ascoltare il Preludio della Suite n. 1 per violoncello solo: un’onda sale come una frase musicale, poi frange e lascia il posto a un’altra, che sembra uguale ma non lo è. Uscendo dal ventre di quella che la precede ne porta con sé il germe, variandolo per poi porgerlo all’onda successiva. Come in Bach, appunto.

Marinai e musicisti sono personalità simili?
Il direttore d’orchestra, avendo a che fare con un centinaio di musicisti, tra orchestrali, cantanti e coro, è indispensabile che abbia un perfetto controllo di sé per percepire tutto. È come se il cervello funzionasse su due piste. Una che registra ciò che sente cogliendone gli errori o le sonorità da correggere, anche istantaneamente. L’altra invece è spostata in avanti, perché deve anticipare il suono dell’orchestra con i movimenti delle mani e delle braccia per guidarla. Un po’ come in mare, dove bisogna registrare i suoni dell’acqua e delle vele, e allo stesso tempo prevedere come si comporterà la barca rispetto alle onde e al vento. Dalle orchestre sinfoniche, nelle sale da concerto, sono passato a dirigere le maree, nell’infinito.

La musica è un linguaggio molto ricco, che può esprimere più di altri la profondità di un individuo. Il fascino del mare è nella sua estensione, ma il suo enigma è negli abissi? La musica può essere un sonar che fa chiarezza negli abissi del nostro animo, come il mare?
Più che gli abissi ciò che trovo stimolante è l’orizzonte, che in mare si sposta sempre più in là. La visuale di un orizzonte infinito è la condizione ideale in cui si può liberare il subconscio. Così i pensieri corrono più veloce e più lontano. Mentre l’acqua di mare pulisce l’anima dalle incrostazioni, dalle cattive abitudini che si appiccicano alla pelle sulla terraferma. Navigare è necessario per spogliarmi delle abitudini artificiali, dei pregiudizi, delle imperfezioni del mondo civilizzato che avvelenano l’anima, e trovare nella solitudine e nella grandiosità della natura un’armonia più corretta. Dove continuare la battaglia per stremare e poi uccidere quella parte falsa, quella parte di Mr. Hyde che è in ognuno di noi. Ogni rotta per mare è anche e soprattutto un pellegrinaggio spirituale.

Per Joseph Conrad il mare è il luogo dell’anima, quello di Melville è titanico e biblico, quello di Stevenson stazione climatica di nobili leggende: il suo mare come è?
Il mare è tutte queste cose insieme e nessuna al tempo stesso. Il mare svuota e poi riempie, come le maree. Ma il mare per me rappresenta l’amore, citando Denecia, autobiografia di una barca: “Soprattutto non mi stancherò di raccontare l’amore, che è di per sé la cosa per cui a voi umani varrebbe la pena di vivere. Ora lo so. È la cosa che più vi fa onore, che vi riscatta da tutti gli orrori e gli scempi di cui siete capaci, di cui vi siete macchiati da che c’è memoria. Alla fine di ogni rotta quel che conta davvero è l’aver amato. Quindi non lasciatevi sfuggire l’occasione di farlo, ogni giorno della vostra vita. È in questo sentimento che risiede l’immortalità. Solo in questo. Perché l’amore è come il mare, ritorna sempre sotto forme diverse. Non finisce mai”.

La musica è un linguaggio universale, che rispetta e valorizza tutte le culture. Secondo Lei questo vale anche per il mare? Una terra di mezzo che unisce tutte le terre?
Continuando a citare Denecia: “Del resto per chi vive in mare anche i continenti sono tutto sommato delle grandi isole. Perché è l’acqua che fa da padrone sulla terra, compre i sette decimi del globo. Dalla prospettiva degli umani potrebbe sembrare che il mare divida le terre, ma noi yacht sappiamo che non è così. Il mare è come una colla liquida, che tiene unite le genti di tutti i continenti. Il mare unisce”. Per tutti i marinai del mondo c’è un linguaggio universale, quello della solidarietà, del rispetto, della curiosità. Tra loro c’è un’osmosi che mi ricorda quella che, fino a poco tempo fa, c’era anche tra i musicisti.

Un Cd di Giovanni Sollima è intitolato “We were trees”. Ma se invece, prima, fossimo stati pesci?
Quella di evocare la natura è una moda che rischia a volte di sconfinare nella speculazione. Un rischio che corro anch’io, come tutti. Non mi sento di dire che siamo stati pesci all’origine, ma comunque abbiamo un legame molto forte con l’acqua e con il mare. Vivere in barca è un po’ come ritrovare il ventre della madre, per galleggiare isolati, protetti dal mondo esterno. Come ritrovare la cuccia che si cerca da bambini costruendo piccoli rifugi o scegliendo l’interno degli sgabuzzini come luogo per giocare, isolarsi, sentirsi protetti. Insomma una barca è una casa-cuccia-utero galleggiante. E suonare in mezzo al mare, dove le vibrazioni si diffondono nella natura può farci tornare a far parte del tutto. Una volta, mentre stavo suonando Il Cigno di Saint-Saëns, quando il sole si stava immergendo in mare, vidi arrivare un branco di delfini verso di me. Poi cominciarono a saltare. Fecero dei salti altissimi, molto vicini a dove stavo suonando. Così vicini che stentai a credere a quel che vedevo. E mi piace pensare che siano stati attratti dalla musica, come nella mitologia greca. Ecco, tornare a far parte della natura, dell’universo, del tutto.

Grazie mille per la sua disponibilità. A presto e buona navigazione.

30 novembre 2018

 

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