ACCADDE OGGI - Il 10 febbraio 1702, nasce a Torino il compositore e violinista Jean-Pierre Guignon

Sandro Laffranchini


Primo violoncello della Scala, appassionato di auto, cucina e natura. Facciamo due chiacchiere con lui…
Figlio di un violoncellista. La sua scelta di suonare questo strumento sembra molto naturale, ma… le è mai capitato di desiderare di suonare un altro strumento?
Del violoncello, come di ogni altro strumento ad arco, mi pesa il fatto che sia solo parzialmente polifonico. Dunque, mi sarebbe piaciuto suonare il pianoforte, che suono in maniera elementare, per poter almeno capire le armonie di cosa sto studiando o scrivendo.

Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi di vivere sotto lo stesso tetto del proprio maestro?
Dal punto di vista strettamente musicale è un vantaggio, perché c’è un controllo continuo da parte del Maestro. Per la legge del contrappasso, adesso che sono padre, tendo a giocare molto con mio figlio.

Quali altri violoncellisti sono stati importanti nella sua formazione e da quali punti di vista?
Ho sempre avuto due insegnanti: mio padre a casa e in conservatorio Maria Leali. Senza la sua carica di positività e di fiducia difficilmente sarei riuscito a proseguire. Per questo, mi rendo conto che molti dei ragazzi hanno spesso bisogno di essere anche sostenuti psicologicamente, oltre ad essere indirizzati tecnicamente verso un metodo di studio approfondito ed efficace, ad esempio lo studio dei vari tipi di balzato, vibrato, fraseggio ecc. Tornando a me, ho poi studiato per 4 anni con Rocco Filippini alla Stauffer e, con lui, mi sono trovato benissimo: grande cultura, grande raffinatezza nelle soluzioni di arcate e diteggiature che proponeva. Con Mario Brunello ho frequentato i corsi alla Romanini di Brescia per 3 anni. La sua cavata e comunicativa nel creare empatia di sentimenti col pubblico sono assolutamente inarrivabili. Alla Musik Akademie di Basilea ho studiato con Thomas Demenga. È stato un insegnante meraviglioso. Una specie di hippie di grande raffinatezza e caratura artistica. Lascia liberi gli allievi di esprimersi, ma dà anche dei consigli molto tecnici/musicali se glielo si chiede.  Non posso certo dimenticare le lezioni a Venezia, alla fondazione Cini con Eugenio Bagnoli, grande pianista del passato. Mi parlava di come migliorare la mia comunicativa ed espressività. E infine le lezioni di musica da camera col quartetto Amadeus di cui ho seguito per anni i corsi estivi e invernali a Londra.

Quale violoncello suona e quali altri violoncelli ha suonato durante il suo percorso artistico?
Attualmente suono un violoncello costruito a inizi del ‘900, la cui caratteristica è di avere proiezione sonora e facilità di emissione del suono. Prima suonavo un Carlo Antonio Testore del 1730. Dolcezza e qualità, ma siamo in un’epoca dove non ci sono sale in Italia con un’acustica che permetta a queste pur nobili caratteristiche di emergere, se non coadiuvate da tanti dB. Se abitassi in Germania, in Giappone, in Svizzera sarebbe diverso per quello uno strumento fantastico, ma qui, con l’acustica secca del nostro teatro, occorre qualcosa che spinga veramente.

Sicuramente un carnet di concorsi importanti. Ma, dal suo punto di vista, quali sono stati i più significativi? Quale ha vissuto con più emozione, e quale le ha dato la maggiore soddisfazione?
I concorsi di musica da Camera e in orchestra che ho fatto, e qualche volta vinto, sono frutto di anni e anni di sacrifici veramente grandi. Ricordo che le strategie normali di cercare di fare sempre tutto meglio, nella classica triade del suono intonazione ritmo, ad un certo punto non sono più bastate, e ho trovato delle mie strategie alternative per cercare di differenziarmi dalla concorrenza. Alcuni sono dei piccoli segreti, di altri posso parlare in generale. Comunque serve molta creatività anche nella fase di studio.

Un piccolo segreto voglio comunque svelarlo in questa intervista e riguarda l’utilizzo di colori anche sulla parte fisica che si va leggendo, in questo modo l’istintiva associazione mentale emozione-colore rende più immediata e quasi automatica la comunicazione di emozioni precise a seconda del colore che si vede. Sui concorsi ci sarebbe veramente tanto da dire però, lasciando da parte qualunque polemica e cercando di filtrare un messaggio che possa aiutare i giovani, credo che crearsi una propria poetica del suono e del fraseggio, una volta che siano stati ben digeriti tutti gli aspetti tecnici, sia sempre la strada giusta per ottenere dei buoni risultati.

Qual è il concerto che ricorda come “il primo”? Ricorda quali sono state le emozioni di quel momento?
Ho un certo ricordo del primo concerto che ho fatto con mio padre quando avevo 9 anni a Canneto sull’Oglio (Mantova): ricordo che poi mi portarono a visitare una fabbrica di bambolotti di ceramica e me ne regalarono uno. Però senz’altro, tutt’ora sono rimasto più interessato all’aspetto del dopo concerto, al momento conviviale del pranzo o cena insieme. E infatti dei concerti con l’orchestra la cosa che mi pesa di più è tutta la fretta che hanno i colleghi di vestirsi, di andare a prendere il bus. Spesso si torna a casa senza cena, e senza il minimo contatto col pubblico. Per questo, quando è possibile, prediligo di molto i ritmi più blandi e tranquilli dei concerti di musica da camera o solistici in cui si possono prendere tempi di vita meno milanesi. (Taac! diceva Renato Pozzetto)

Ci vuole parlare delle sue incisioni? A quali autori sono dedicate e per quali etichette? Quali sono i suoi progetti per future incisioni?
Nel corso degli anni ho fatto un paio di incisioni live del concerto di Haydn in re maggiore e, nel 2015, un DVD delle suite di Bach per la Limen. È in uscita adesso un progetto per un’etichetta indipendente che si troverà solo on-line di unconventional-cello, le mie compo-trascrizioni relative ad alcuni brani Pop che vanno dai Beatles fino a musica pop e rock scritte nel 2018. Non escludo di poter contare sulla distribuzione di etichette, ma dipenderà dal fatto che si creino le condizioni per poter creare un interesse attorno ai miei lavori.

Suonare alla Scala è il sogno di tutti i giovani violoncellisti. E tutti si domandano: come si fa ad arrivarci? Lei a questa domanda cosa risponderebbe?
Sono figlio d’arte, e non mi risulta ci sia stata nella storia della Scala un altro caso di figlio di una prima parte che sia riuscito a bissare ed affiancare il padre con la stessa mansione. Questo per me si è tradotto in una trafila innumerevole di concorsi, che ho dovuto affrontare per vincere questo pregiudizio. Nel corso degli anni, sono arrivato due volte alla finale (una volta passai da solo alla finale) dietro la tenda, e ho fatto e vinto i concorsi di fila e di concertino mentre avevo già un contratto a tempo determinato come primo violoncello. Tutti questi concorsi sono stati fatti con commissioni diverse. In ogni caso mi sento di dire che i concorsi da noi sono stati fatti in maniera assolutamente trasparente, come testimonia il fatto che all’ultimo concorso per violoncello di fila hanno vinto due persone che non facevano parte del gruppo di aggiunti che collaboravano da anni. Se andiamo anche più indietro, anche il nostro concertino è stato preso con i medesimi criteri di meritocrazia. Mi rendo conto che questo modo di lavorare sia però un po’ l’eccezione, ma non saprei dare consigli diversi se non di sforzarsi per esprimere il massimo. Lo stress ai concorsi penso si possa tenere a bada con una preparazione meticolosa, specialmente anche dal punto di vista psicologico. Per quel che mi riguarda, uno dei limiti che non mi ha permesso di vincere anche dei concorsi internazionali di esecuzione è il fatto che se sono costretto a suonare a memoria suono peggio. Quindi l’importante per i giovani, ad un certo punto, è cercare di capire qual è il proprio range d’azione e non azzardare passi troppo più lunghi di quello che poi si può realisticamente aspirare a fare.

Fra tutte le orchestre con cui ha collaborato, qual è quella con la quale si è trovato più a suo agio? E quale il direttore che apprezza di più?
Mi sono trovato molto bene con la World Orchestra for Peace negli anni in cui ha diretto il maestro Valery Gergiev. Le orchestre diciamo così “stagionali” hanno il vantaggio di non avere quei meccanismi da orchestra fissa in cui ci si sente vincolati da molti obblighi, e dunque il piacere di lavorare coi colleghi è preponderante rispetto ad altre problematiche. Quando, per un certo periodo, ho collaborato come primo violoncello con la London Symphony, ho trovato che gli inglesi hanno una grande capacità di lettura a prima vista, e una grande coesione a livello di gruppo. Senza retorica, posso dire che il maestro Riccardo Celi è assolutamente la persona con la quale mi sono trovato meglio, sia dal punto di vista della concertazione che dell’esecuzione. Non è un mistero che il suo gesto sia assolutamente il più preciso che esista e la costruzione del fraseggio avviene in maniera per me è molto chiara ed intuibile. Fra noi c’è stata da sempre, mi par di poter dire, una naturale empatia. Con tutti gli altri direttori con cui ho lavorato sono stato più un allievo che cercava di carpire qualche cosa da trasferire nel mio modo di comprendere il contesto di fraseggio o il contesto armonico. Il grande vantaggio di suonare in un’orchestra d’opera è quello di affrontare un autore su un campo in cui l’autore stesso è costretto a dire molto di più di se stesso, perché deve inserire la sua musica in un contesto psicologico e di parole esplicito. Faccio un esempio: se una persona vuole affrontare la musica strumentale di Ravel e non ha mai suonato o visto l’opera l’Ora spagnola non può capire tante cose. Lo stesso discorso, ovviamente, vale per tutti gli altri compositori da Beethoven a Verdi a Janáček, Šostakovič, Stravinskij, etc etc.

Altrettanto importanti le collaborazioni con ensemble da camera. Quali le hanno dato più soddisfazione e quali sono i musicisti con cui ha collaborato più spesso e volentieri. Quali sono le caratteristiche che apprezza di più in un collega?
Per 6 anni sono stato coordinatore artistico dell’Ensemble del Teatro Grande di Brescia. Ringrazio il sovrintendente Angelini che mi ha dato questa possibilità. Al giorno d’oggi non basta più essere un buon artista, ma bisogna essere anche imprenditore e/o saper tenere buoni rapporti con i colleghi e buoni rapporti “di vicinato”. Sono decisamente tante le caratteristiche che servono ad un interprete. Sto ancora lavorando su una parte di me stesso per cercare di essere l’artista a 360° che il mercato oggi richiede. In generale, di tutti i miei colleghi, compresi quelli cui magari sono meno simpatico, cerco di studiare ed apprendere la parte buona che hanno, e trasferirla e adattarla al mio essere. Non butto mai via completamente nulla di un collega. Perché penso sempre al giorno in cui andrò in pensione e mi piacerebbe che ci si scambiassero gli auguri di Natale.

Lei ha eseguito a Shangai le Suite di Bach per violoncello solo. Come viene considerata in Cina la musica Occidentale in generale e in particolare le composizioni per violoncello?
Lo spettacolo Cello suite era abbinato ad una grande coreografia e dunque le Suite di Bach per violoncello proposto da solo, in maniera “cruda”, non credo fossero adatte ad un pubblico così ampio. Ben venga dunque questa formula del balletto più violoncello solo, che ha avuto un certo successo. Penso comunque che non dobbiamo troppo focalizzarci su questo tipo di repertorio, e che si debba invece proporre musica in maniera meno specifica al pubblico che non percepisce il violoncello come uno strumento speciale, o protagonista di un repertorio speciale: molti vogliono semplicemente assistere a qualcosa che li faccia pensare e consenta loro di costruire, con la mente e col cuore, qualcosa di bello e di positivo. Rivedono nella fruizione del concerto una parte della propria giornata durante la quale rielaborano i pensieri e li riordinano. Se escono dalla sala con un assetto di mente e di cuore che li soddisfa torneranno ad ascoltare un concerto.

Ma il suo percorso artistico non abbraccia solo la cosiddetta musica “classica”. Qual è il suo rapporto con la musica che normalmente viene definita “leggera” e quali prospettive offre, in particolare a un violoncellista, il confronto con questo tipo di repertorio?
Sono sicuro di poche cose nella vita, ma è questa è una di quelle. Occorre rapidamente ed in maniera efficace ampliare le proprie possibilità, saper riadattare e comporre. Come accennavo prima, limitarsi a fare sempre meglio le Suites di Bach penso che non sia una scelta vincente. Almeno, se si vuole avere un rapporto col pubblico “vero”, e non sempre con i soliti specialisti. Però occorre anche passione. Se qualche musicista si affaccia questo repertorio alternativo solo perché cerca di aprirsi una nuova fetta di mercato, allora non gli consiglio di farlo. Il mio per la musica Pop Funky rock è un vero amore che ho sempre avuto, fin da quando ero un ragazzino. E poi il fatto di essere reinvitati quando si è portato un programma nella stagione precedente la dice più lunga di tante altre considerazioni. Sto sviluppando nel tempo una mia maniera di approcciarmi a questi brani: trascriverli, adattarli e aggiungere delle parti di fantasia. Mi sono cimentato anche, seguendo lo stesso procedimento con alcuni brani strettamente classici, come l’Adagio di Barber, ed è indubbio che questi lavori richiedano uno sforzo mentale, a mio avviso, non piccolo.

Secondo Lei cosa cambierà nella musica e nel suo mondo dopo gli eventi legati all’epidemia di Covid? Non solo da un punto di vista organizzativo, professionale, ma anche mentale e psicologico, in un’arte che esprime sentimenti e passioni, quindi anche la paura, la fragilità dell’esistenza e la possibilità della morte?
Per la mia esperienza di vita, penso che ci sarà un certo periodo di assestamento, in cui ognuno penserà, prima di tutto, a risolvere i propri problemi pratici ed organizzativi. Successivamente ci potrà essere una fase in cui anche le persone normali (il pubblico) saranno un po’ più ricettive a nuove prospettive musicali. La morte è sempre un tabù nella società moderna. I carri militari in processione in uscita da Bergamo sono rimasti impressi nella mente di tutti noi e credo che questo pensiero rimarrà a lungo latente nelle nostre coscienze Ma credo anche che, proprio per questo ancora di più le persone vorranno un messaggio positivo e di evasione da parte dell’artista. Ciò non toglie che una piccola parte del programma di un concerto possa essere dedicata al suffragio intenso di queste morti. Tra parentesi ho scritto anche dei versi che riguardano proprio questo argomento qualche anno fa. Recandomi in montagna avevo pensato a tutti i nostri giovani Caduti durante la prima e la   guerra mondiale, persone che ci hanno riconsegnato un’Italia libera e che forse abbiamo un pochino dimenticato…

Cosa le piacerebbe suonare, nel primo concerto aperto al pubblico? E quali sono gli altri progetti a cui sta lavorando in questo momento?
Il 29 maggio sono stato a Cernobbio, a Villa Bernasconi, per registrare un concerto che sarà disponibile anche sul mio canale YouTube. Ho scritto le musiche ex novo per un cortometraggio del 1976 di un regista francese che chiese ad un pilota di Formula 1 di correre per le vie di Parigi a bordo di una Ferrari a folle velocità. Il video ha come unica colonna sonora il suono del 12 cilindri Ferrari. Per un appassionato di auto come sono, già quello basterebbe, ma ho deciso di scrivere una composizione che possa parlare di questo cortometraggio che rappresenta una folle corsa per le vie di Parigi non rispettando nessuna norma (Infatti il regista le Lelouc subì un processo e fu condannato ad un anno di reclusione), ma poi si conclude felicemente, perché c’è un appuntamento con l’innamorata del pilota.

Guarderemo con piacere questo concerto e ci auguriamo che molti dei nostri lettori abbiano modo di vederlo online. Ci auguriamo però anche che presto i concerti possano tornare ad essere quelli a cui siamo abituati, e che dopo i concerti ci siano, per lei, tanti piacevoli momenti conviviali con i colleghi… Grazie per la sua disponibilità!

1 giugno 2020

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