
Buongiorno Silvia Chiesa, grazie per il suo interessamento al sito mycello.it e grazie per l’intervista che ci concede.
Come nasce la scelta per uno strumento come il violoncello? In famiglia qualcuno lo suonava? I suoi genitori erano musicisti?
I miei genitori amavano molto la musica classica. Mio padre era autodidatta ed ha imparato a suonare diversi strumenti. Io e miei due fratelli abbiamo da subito “respirato” musica e, grazie alla pazienza del papà, abbiamo imparato già a casa a leggere la musica e a cantare assieme. Le domeniche ci si riuniva e si facevano dei veri cori a quattro voci. Io che ero la più piccola, avevo la difficile sorte della linea del soprano! Dopo queste prime esperienze, fummo tutti iscritti al conservatorio, ma senza che qualcuno di noi avesse espresso una preferenza per un particolare strumento: a me capitò il violoncello. Avevo 6 anni.
Quale è il suo curriculum studi: dove si è diplomata e con chi? Si è poi perfezionata con altri violoncellisti?
Ho studiato al Conservatorio di Milano per nove anni con l’allora primo violoncello della Scala, M. Antonio Pocaterra. Ma prima del diploma mi trasferii nella classe del M. Rocco Filippini che mi portò al diploma nel 1985. Dopo feci diversi corsi, ma vorrei menzionare in modo particolare l’incontro con il M. Antonio Janigro. Per me fu una vera svolta: cambiai modo di pensare strumentalmente parlando e aprii molto le mie prospettive musicali. Iniziai a capire cosa significasse veramente essere un musicista professionista e da quel momento incominciai a fissare dei punti fermi nel mio percorso musicale.
Può ricordare brevemente la sua carriera di musicista: le tappe iniziali e poi quelle fondamentali?
Le tappe iniziali furono i primi concorsi come primo violoncello in orchestra: a quei tempi vedere un primo violoncello giovane e donna non era così usuale. Poi le prime formazioni cameristiche e, per me fondamentale, la chiamata da parte del Trio Italiano (con Sonig Tkacherian e Giovan Battista Rigon) che aveva bisogno di un nuovo violoncellista. Furono anni molto belli, anche se all’inizio dovetti faticare tantissimo: loro infatti avevano un repertorio immenso e io dovetti impararlo tutto nel primo anno di collaborazione, un vero massacro! Da lì in poi tante esperienze cameristiche con musicisti di fama internazionale e le prime solistiche a livello nazionale. Poi l’incontro con il pianista Maurizio Baglini ha segnato un altro momento di carriera importante: siamo un duo stabile da dieci anni e abbiamo al nostro attivo quasi 250 concerti nei cinque continenti! Con lui abbiamo costruito tante cose importanti e l’Amiata Piano Festival, in Toscana, che è il nostro “figlio” musicale.
Quali CD ha inciso fino a questo momento? E con quali case discografiche?
Ho cominciato con ARTS e il Trio Italiano con l’integrale Schubert, poi per Amadeus Schumann e Bach Brandeburghesi. Poi il primo CD di duo con la Concerto: Chopin e Debussy Sonate ma anche una bellissima novità di Azio Corghi a noi dedicata. E ancora Amadeus che in duo ci riserva un tutto Saint Saens. Poi inizia la mia sfida discografica sul repertorio per violoncello solista con orchestra sostenuta dalla casa discografica Sony. Il primo cd contiene i due concerti di Rota, il secondo Casella Pizzetti (prima mondiale) e Respighi, il terzo G.F. Malipiero Riccardo Malipiero (prima mondiale) e Castelnuovo Tedesco (prima italiana). Ma non smetto con la cameristica e i progetti speciali per la casa discografica Decca: Tutto Rachmaninov in duo; tutto Corghi in ambito solistico/ cameristico; il Concerto di Haydn in do maggiore; il Quintetto di Schubert.
Veniamo al Novecento: una scelta coraggiosa, quasi controcorrente. Ce ne vuole parlare? Le motivazioni, le difficoltà ma anche i risultati ottenuti?
In effetti non sono molti i musicisti interessati a questo repertorio: credo che sia da molti considerato di poco successo e sicuramente non di repertorio usuale, quindi faticoso da studiare e programmare. Io ha una vera passione invece per questi autori: ho scoperto che ci hanno lasciato musiche straordinarie e che bisognava solo farle vivere nuovamente. Ed ecco il mio impegno, progettato in otto anni che ha dato alla luce otto concerti solistici di compositori italiani dal 1925 al 1974: una vera scoperta per me e per molti addetti ai lavori. Un progetto arduo ma entusiasmante nei momenti di studio e registrazione. Molte le persone che mi hanno contattata per aver informazioni e molti i direttori artistici interessati che mi hanno invitata per prime esecuzioni all’estero. Le difficoltà naturalmente ci sono state, ma quando si crede veramente in qualcosa che va al di là di un proprio successo personale, si supera qualunque ostacolo.
Di lei hanno scritto che è “la signora del suono italiano” e anche “un’ambasciatrice della musica italiana nel mondo”. Si riconosce in queste definizioni?
Ne sono lusingata. Posso solo dire di averci messo passione, una grande curiosità e il bisogno vero e profondo di far capire a tutti che l’Italia vanta compositori di altissimo livello, ingiustamente dimenticati. Tecnicamente, la musica del Novecento, per un violoncellista quali caratteristiche ha? Difficile spiegarlo in modo sintetico. Diciamo che la musica strumentale di questo periodo sfrutta tutte le potenzialità espressive dello strumento: estremizza i registri e adotta una tecnica ipervirtuosistica. Spesso il violoncello è portato a suonare nel registro acutissimo, come fosse un violino. Ma è anche sul colore che bisogna molto lavorare: spesso infatti la parte orchestrale è intensa per non dire pesante, e obbliga quindi lo strumentista ad aver sonorità sempre ben focalizzate in ogni momento musicale, in piano e in forte. La struttura stessa del concerto può essere di grandi dimensioni: il Concerto di Castelnuovo-Tedesco per esempio dura quasi 33 minuti! Ma ogni concerto da me registrato ha caratteristiche compositive ed espressive differenti. Questa è stata la cosa più bella: ho dovuto ampliare il mio bagaglio tecnico-espressivo per poter essere credibile in ogni singola composizione in modo da arrivare sempre a un’interpretazione appropriata.
Al tempo di questi compositori come avevano reagito pubblico e critica alla novità di queste proposte musicali? Il melodramma era ancora l’unico reale interesse per il mondo musicale di allora?
Sì il melodramma era ancora molto presente e il lavoro di questi compositori era proprio quello di creare nuove vie di espressione musicale. Non so quanto successo all’epoca abbiano avuto questi concerti, solo per alcuni abbiamo testimonianze, ma posso dire che venivano programmati nelle più importanti stagioni concertistiche, con i migliori solisti e direttori del momento. Per esempio il concerto di Castelnuovo- Tedesco fu eseguito a New York con Toscanini sul podio e Piatigorsky solista.
Quali impegni e progetti per il prossimo futuro …. E per quello lontano?
Tanti concerti, qualche debutto con orchestre straniere e qualche nuova idea discografica che non posso svelare (per scaramanzia!). Vorrei fondare un festival ma sono ancora alla ricerca di una sede che mi possa ispirare e vorrei anche adoperarmi per una scuola di musica per bambini con criteri moderni. Per il futuro lontano: mi piacerebbe, in quanto didatta attenta a coinvolgere i giovani in concerti assieme a me: che qualcuno di loro possa portar avanti quest’opera di diffusione della musica italiana anche dopo di me. Ci sono ancora tanti tesori musicali da scoprire…
Ancora grazie per la sua disponibilità. A presto.
Grazie a voi