ACCADDE OGGI - Il 10 febbraio 1702, nasce a Torino il compositore e violinista Jean-Pierre Guignon

Thomas Chigioni


L’Ensemble Locatelli, un gruppo di solisti della Schola Cantorum di Basilea ed il coro del Liceo Musicale “Secco Suardo” di Bergamo hanno appena concluso una bellissima rappresentazione in lingua originale della “Dido and Eneas”. Sul palco tantissimi giovani, legati dalla passione per la musica antica. Colgo l’occasione per intervistare il violoncellista del gruppo, Thomas Chigioni, che questa sera, al cembalo, ha diretto l’opera di Purcell. Thomas, ancora emozionato per il successo della rappresentazione, mi parla della sua famiglia: il nonno, che a 88 anni ancora si dedica al canto, il padre, diplomato in pianoforte, organo, composizione e direzione di coro, una sorella flautista, un fratello ed una sorella violinisti.
Quando pensi abbia influito l’ambiente famigliare in cui sei cresciuto sulla tua scelta di studiare musica?
La musica è sempre stata una parte molto importante della nostra vita domestica. Fin dai miei primi anni di vita, in casa andavano e venivano allievi, amici e colleghi musicisti di mio padre, che in quegli anni fondava i suoi primi gruppi musicali. Mio padre, del resto, è stato il mio maestro di tutte le materie teoriche e complementari. Ricordo quando mio nonno organizzava dei giri in bici per noi nipoti: spesso eravamo una piccola comitiva di 3 o 4 biciclettine e il nonno, fra una pedalata e l’altra, ci insegnava a cantare delle “canzoncine allegre”, come il finale del Barbiere di Siviglia… Dopo il sonnellino pomeridiano, invece, ci faceva ascoltare le sinfonie di Beethoven e Mozart, o la Missa Solemnis di Beethoven, la sua preferita. Era quindi inevitabile, forse, che tutti finissimo con l’intraprendere una carriera musicale.

E perché hai scelto di suonare proprio il violoncello?
L’ho scelto quasi per caso. Ricordo che a 5 anni chiesi di poter suonare il trombone, affascinato dalla coulisse, o la chitarra elettrica, ma erano strumenti troppo ingombranti per un bimbo come me. L’incontro con il violoncello fu casuale. Mio padre aveva organizzato un gemellaggio musicale tra la scuola dove insegnava e una scuola di Furtwangen, un piccolo comune della Foresta Nera. A casa nostra ospitavamo un ragazzo, Florian, che suonava il violoncello, e che mi riempiva di attenzioni. Mi affezionai a lui e così, quando i miei genitori mi chiesero cosa volessi suonare, la scelta fu il violoncello.

Quali sono le difficoltà e quali sono le soddisfazioni per un ragazzo che, come te, decide di dedicarsi alla musica? E in particolare ad un repertorio come quello barocco?
Le difficoltà che un bambino deve affrontare (lo vedo anche negli allievi che in questi anni ho avuto) sono la costanza nello sforzo e il sacrificio che lo studio richiede. Un bambino che studia musica ad un livello non amatoriale vive l’infanzia diversa dai propri coetanei e, inevitabilmente, questo lo fa soffrire: i suoi compagni vanno a giocare a pallone, mentre lui deve tornare a casa a suonare… Inoltre, nei primi anni, lo studio della musica classica è spesso incentrato quasi solo sull’acquisizione di abilità tecniche, e non offre grandi gratificazioni. Insomma, solo dopo aver sputato sangue per anni, hai finalmente modo di innamorati della bellezza che la musica offre a chiunque sappia coglierla. Una delle difficoltà principali per un musicista (e per la sua famiglia) è anche la spesa da affrontare per avere strumenti ed accessori all’altezza della situazione. Chi poi, come me, dopo gli studi accademici sul “moderno”, decide di specializzarsi su uno strumento come il violoncello barocco, vede queste spese raddoppiare. Di riflesso, il poter fare della propria passione un mestiere è un privilegio per pochi e, dopo un concerto, la soddisfazione è tale che ripaga di tutti gli sforzi e sacrifici fatti.

Dopo gli studi in Italia, hai deciso di andare a perfezionarti all’estero. Hai quindi potuto confrontarti con modi diversi di studiare ed apprendere la musica. Quali sono, secondo te, i punti di forza e di debolezza dei due sistemi di formazione con i quali ti sei confrontato? 
In effetti, dopo gli studi al Conservatorio di Milano, sto ora seguendo i corsi della Schola Cantorum Basiliensis, che ospita studenti provenienti da ogni parte del mondo. Certo, ormai il sistema scolastico italiano è formalmente uniforme alle altre accademie europee, ma ho notato molte differenze fra Italia e Svizzera, soprattutto nell’organizzazione didattica. Un punto di forza dei Conservatori italiani è, indubbiamente, l’attenzione concentrata sulla materia principale, che porta gli studenti ad avere un alto livello di padronanza tecnica del proprio strumento. Un po’ più fragile è invece, a mio parere, il raccordo fra la materia principale e le materie complementari, che in Italia spesso sembra facciano a gara tra di loro per essere più importanti delle altre, invece di sforzarsi di creare collegamenti interdisciplinari. Forse proprio per questo, queste materie raramente lasciano una traccia significativa del percorso di formazione dell’allievo. A Basilea, invece, tutte le materie mi sembrano complementari tra loro nel vero senso della parola: cercano di arricchirti senza rubarti troppo tempo e senza perdere di vista quale è il tuo strumento e di quali sono le tue aspirazioni. I corsi di clavicembalo, basso continuo e canto ad esempio, nel mio caso, nel piano settimanale delle lezioni, occupano solo mezzora l’una. Un’altra differenza che ho notato è il rapporto con i docenti. Mentre, in Italia resiste una certa distanza tra insegnante ed allievo, ed una tendenza a mitizzare l’insegnante, in Svizzera i rapporti sono molto più informali, ed appare del tutto normale dare del “tu” anche a che arriva a darti lezione poche settimane dopo aver diretto i Berliner. In sintesi, secondo me, in Svizzera al centro del percorso didattico c’è lo studente e lui solo (con pregi e difetti di questa scelta), mentre in Italia c’è il sistema, a cui l’allievo deve adattarsi.

Nel tuo rapporto con i docenti che finora ti hanno seguito, quali sono state le tue principali difficoltà? Quale, o quali dei tuoi insegnante/i ha influito maggiormente sulla tua formazione?
Forse sarebbe più interessante chiedere ai docenti che mi hanno seguito quali siano state le loro difficoltà con me… Nei primi anni di studio la mia motivazione era altalenante, e Marcella Moretti, che fu la mia insegnante prima dell’ammissione in Conservatorio, ebbe un gran da fare per farmi studiare con costanza e passione. Fui decisamente fortunato in Conservatorio a Milano dove, grazie alle cure amorevoli di Nicoletta Mainardi, con la quale ho sempre avuto uno splendido rapporto personale, ebbi modo di sentirmi sempre accompagnato passo passo in ogni mia decisione. Fu lei che sostenne il mio desiderio di studiare la viola da gamba mettendomi in contatto con Nanneke Schaap, la persona che per prima mi aprì gli occhi sul nesso indissolubile tra musica e parola, e mi portò alla scoperta di alcuni dei capolavori assoluti dell’epoca barocca: Membra Jesu Nostri di Buxtehude, e le Passioni di Bach. Quando compresi che volevo intraprendere seriamente lo studio della musica antica, la prof.ssa Mainardi mi suggerì di studiare con Cinzia Barbagelata, Emilia Fadini, e soprattutto Roberto Gini (musicista di spessore assoluto, da cui ho imparato il rispetto profondo verso la partitura e la ricerca del vero, o almeno di quello che più vi si avvicini) e infine Marco Testori, eccellente didatta in grado di combinare sia l’aspetto tecnico che quello interpretativo, decisivo nel motivarmi alla scelta di specializzarmi sul violoncello barocco e mia guida per l’ammissione alla Schola Cantorum di Basilea. Ed ora, da tre anni, studio con Christophe Coin e Petr Skalka, due violoncellisti superlativi, agli antipodi fra loro come metodologia di insegnamento, cosa che mi permette di trarre il meglio da ognuno dei due. Una menzione speciale la devo fare per Giorgio Paronuzzi, mio insegnante di basso continuo alla Schola Cantorum, che mi sprona ad andare sempre oltre i miei limiti: anche lui certamente rientra tra i maestri a cui devo di più. Così come devo tanto agli insegnanti delle materie complementari che seguo a Basilea (Florian Vogt, Johannes Menke, Kate Dineen, Markus Hunninger), e anche a figure che non sono state propriamente miei insegnanti, ma da cui ho imparato moltissimo lavorando al loro fianco: Andrea Marcon, Vaclav Luks, Marco Pace, Nicola Moneta… tuttavia l’insegnante che mi ha formato di più è stato mio padre, Francesco, con il quale ho imparato l’amore per la musica a 360°, e con il quale ho approfondito lo studio dell’armonia e della  storia della musica. Se oggi posso aspirare a vivere della mia passione e godere di ogni nota che suono, è grazie a lui.

Nel rapporto docente allievo, secondo te, si impara di più ascoltando una spiegazione teorica o ascoltando il maestro suonare?
Penso che, per rispondere a questa domanda, bisogni sempre considerare l’allievo, le sue caratteristiche, i suoi interessi, le sue diverse reazioni ai diversi stimoli cognitivi. Per tanti anni il mio rapporto con gli insegnanti è stato basato più sulla comunicazione verbale e sulla discussione del brano affrontato. Con il mio maestro attuale, il metodo di insegnamento è basato quasi unicamente sull’osservazione del docente, e in misura minore sulla conversazione. Personalmente ritengo che un buon compromesso tra i due opposti sia l’ideale: se ci si limita a suonare il passaggio per lui, l’allievo tenderà a scimmiottare o ad imitare l’interpretazione del maestro. Se invece ci si limita a una spiegazione verbale, il rischio è di non essere abbastanza concreti e di non far afferrare il nocciolo del discorso all’allievo. Per questo, quando insegno, cerco di mischiare questi due metodi: prima di tutto contestualizzo storicamente il brano da affrontare (o nel caso di uno studio, metto in evidenza l’aspetto tecnico su cui lo studio si concentra) e poi illustro a parole all’allievo cosa può essere migliorato e quali difetti vanno corretti, infine, suonando in prima persona, illustro all’allievo concretamente di cosa si è parlato nei minuti precedenti. In alcuni casi, se serve, affronto anche questioni filologiche… Penso comunque che spesso i docenti non dedichino sufficiente attenzione alla parte relativa alla contestualizzazione storica e stilistica dei brani affrontati. Solo per fare un esempio: ogni violoncellista studia gli Études di Duport. Eppure, sono pochissimi i docenti che conducono gli studenti ad affrontare Études attraverso lo studio del Metodo di Duport, il percorso graduale pensato per mettere l’allievo in grado affrontare gli Études. Certamente poi bisognerebbe dare più spazio anche allo studio dei trattati storici che consentono di approfondire la prassi interpretativa di ogni epoca.

Se avessi la possibilità di fare un concerto scegliendo se preferisci suonare da solo o con altri, cosa sceglieresti e perché? e cosa ti piacerebbe suonare?
Fin dai miei primi passi ho suonato con altri: mio padre, quando avevo 6 anni, fondò un’orchestrina di bambini per permettere a me e mio fratello (allora di 4 anni) di suonare insieme ad altri bambini. Alcuni dei rapporti creati in quella orchestrina propedeutica sono diventati amicizie profonde su cui ancora oggi baso i miei affetti. Naturalmente quindi suonerei con altri: una delle soddisfazioni maggiori per un musicista è il poter fare musica insieme, il mettersi in gioco con altre anime sensibili per cercare, sperimentare, emozionarsi insieme. E quando riesci a trasmettere al pubblico anche un minimo delle emozioni che provi sul palco… forse questa è la soddisfazione più grande! Riguardo alla scelta di un programma, il panorama musicale è davvero vasto e ricco di meraviglie. Forse sceglierei di suonare uno dei grandi capolavori di Bach: l’integrale dei Concerti Brandeburghesi, che da anni ascolto e adoro. Anche se, pensandoci su… le Passioni, la Messa in si minore, alcune delle opere di Händel…meglio passare alla prossima domanda!

Quali sono i tuoi progetti musicali a breve termine e quali sono i tuoi sogni per il futuro?
Dopo Didone ed Enea mi concentrerò sui miei studi (ho il diploma alla Schola Cantorum questo giugno), su una tournée che mi porterà in Svizzera e Germania con l’Ensemble Locatelli, e sulle attività con Academia Montis Regalis, orchestra barocca piemontese, di cui faccio parte da poche settimane. Ci esibiremo anche nella mia Bergamo il prossimo novembre, dopo un’estate ricca di impegni, primo tra tutti il Festival di Innsbruck. Per il futuro sogno una carriera con il mio gruppo. Insieme sogniamo e cerchiamo suoni ormai da quasi 4 anni e con loro ho un rapporto unico. Ma soprattutto sogno di non perdere mai l’amore per quello che faccio, che mi anima profondamente.

In bocca al lupo per il diploma e … che i tuoi sogni diventino realtà!

1 marzo 2018

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