
Enrico Bronzi è uno dei violoncellisti più interessanti del panorama italiano del momento. Nella home del suo sito internet accoglie i visitatori con una massima di Nietsche: “Senza musica la vita sarebbe un errore”. E certamente, con la sua vita piena di musica, Enrico Bronzi ha fatto di tutto per evitare che la sua vita fosse un errore. Ma… partiamo dall’inzio.
Quando per la volta ha visto un violoncello e ne ha sentito il suono? Quale impressione le ha fatto?
Da bambino i miei erano abbonati alla Società dei Concerti di Parma. Il mio primo ricordo nitido di un violoncellista è quello di Paul Tortelier, che univa l’energia del suono ad una fisicità impressionante.
Fu quello il momento in cui decise di suonare il violoncello?
All’inizio volevo fare il liutaio e il violoncello sarebbe stato solo un approccio preparatorio al mondo degli strumenti ad arco. Poi le cose andarono diversamente.
Quali maestri sono stati importanti nel suo percorso di formazione e da quali punti di vista?
Ho avuto un’infinità di maestri con idee diverse e affascinanti. Non riesco a citarli tutti, ma solo quelli con cui ho trascorso più tempo: Enrico Contini è stato il mio primo insegnante, poi Vendramelli, Janigro, Brunello, Geringas, Meneses e soprattutto l’esperienza decisiva dell’incontro col Trio di Trieste. Tanti mondi possibili, direi. Poi c’è la necessità di una sintesi personale.
Quando e dove ha suonato in pubblico per la prima volta? Cosa ricorda di quell’esperienza?
Facevamo esperimenti in piccole associazioni culturali della nostra città con quelli che sarebbero poi diventati i miei partner del Trio di Parma. Situazioni spesso sgangherate, ma utili per cominciare. Quello che sentii come un debutto fu un recital di violoncello alla bellissima Sala Bossi di Bologna.
Lavorare in una prestigiosa orchestra o lavorare come concertista “libero”: vantaggi e svantaggi delle due opzioni?
Nel secondo caso, devi sobbarcarti tante cose di organizzazione, studio, calendari, viaggi. Ma godi di una certa libertà intellettuale. Nel primo caso, hai il privilegio di frequentare regolarmente il repertorio più ambizioso e grande che c’è, il repertorio sinfonico.
Quanto è importante, per un concertista, il tipo di pubblico che si trova davanti? E quanto sono importanti le caratteristiche del luogo dove si suona? E quanto è importante lo strumento che usa?
Sarà che il violoncellista suona rivolto di faccia verso il pubblico, ma io risento abbastanza dell’atmosfera che si genera in sala da concerto. Per ciò che riguarda lo strumento, c’è un rapporto di equilibrio instabile con un oggetto che ti fa sentire il limite delle tue possibilità, ma che ti regala anche il grande privilegio di esprimerti.
Ci sono pezzi che si possono suonare ovunque e in qualsiasi circostanza ed altri che, invece, vanno selezionati in funzione del luogo e dell’occasione?
È più un’ossessione dei promoter. La musica di valore, se suonata con rispetto ed adesione, può essere suonata ovunque. Semmai, in certi contesti può e deve essere raccontata, non solo eseguita.
Se dovesse organizzare un concerto per bambini delle elementari, che non sono mai stati ad un concerto, dove lo organizzerebbe? E quale il programma che proporrebbe?
Dividerei il palco di un teatro, perché il teatro è un luogo sacro e salire sul palcoscenico è un’esperienza unica. Tenterei di mostrare l’ampiezza di possibilità, la duttilità della voce del violoncello e la sua capacità di prestarsi a situazioni musicali diversissime. Qualche volta lo faccio: la mia bimba più grande frequenta le elementari e talvolta suono per la sua scuola.
In molti paesi del mondo, si stanno formando gruppi di violoncellisti che si trovano fra loro a sonare, spesso anche solo per il piacere di farlo. Il fenomeno appare abbastanza strano, perché chi suona altri strumenti non sembra altrettanto interessato a socializzare con i colleghi. Quale può essere, secondo lei, la ragione di questo fenomeno?
Il violoncello spesso si inerpica coraggiosamente in registri violinistici, mentre il contrario è impossibile. Ciò significa che si può suonare in ensemble omogenei senza troppa compressione delle parti, come in un coro a quattro voci, sufficientemente distanziate. A questo può aggiungere la vocazione del violoncello ad una certa audacia. Se prova ad ascoltare la stessa melodia nella stessa ottava suonata alla viola o al violoncello, può perfettamente capire cosa intendo. Il suono brunito della viola riporta ad una certa introspezione, mentre il violoncello è più assertivo, più comunicativo, forse più vanitoso.
Quali sono i suoi sogni musicali per il 2020?
Debutterò a giorni con un nuovo bellissimo concerto per violoncello di Gianluca Cascioli. Ho una mia missione personale che è quella di generare un nuovo repertorio per violoncello ed orchestra d’archi. Diversi compositori hanno aderito con ottimi risultati. Sento che dovrei andare avanti.
Grazie mille, Maestro, per la sua disponibilità. Speriamo che la sua “missione personale” ci regali molto nuovi pezzi per violoncello, tutti bellissimi.