ACCADDE OGGI - Il 10 febbraio 1702, nasce a Torino il compositore e violinista Jean-Pierre Guignon

Francesco Dillon


Come è avvenuta la scelta di studiare il violoncello? In famiglia vi erano musicisti? Come è stata la sua infanzia “musicale”?
Provengo da una famiglia di storici dell’arte, appassionati musicofili. Fin dalla più tenera età sono stato portato all’Opera: prima alla Fenice (sono cresciuto a Venezia) e poi al Comunale di Firenze. Inutile dire che, per qualche anno, ho più dormito, cullato dalle note che mi circondavano, che seguito. Si narra, in famiglia, che il punto di volta fu verso gli otto (?), con uno splendido Fidelio beethoveniano, che mi tenne avvinto dall’inizio alla fine! Confesso che, quando mi iscrissi al Conservatorio di Firenze, il mio desiderio era quello di suonare il contrabbasso, o il corno. Negli anni ’80, non era comune per un bambino di 10 anni poter iniziare direttamente con uno di questi strumenti, e mi fu consigliato di fare due anni di violoncello, per poi passare alla classe di contrabbasso quando fossi cresciuto un po’. Inutile dire che non è mai successo! Sono rimasto più e più affascinato dalla voce di questo strumento, fino a non abbandonarlo. La mia è stata un’infanzia dove la musica ha rivestito un ruolo sicuramente fondamentale, ma accanto all’arte figurativa (la famiglia viaggiava regolarmente per visitare mostre di tutti i tipi), alla lettura (la biblioteca di casa era fornita ed è diventata ben presto terreno di scoperta), al cinema e (inutile negarlo!) ad interessi più “prosaici” quali il calcio e… i fumetti!! Credo che la somma di tutti questi stimoli, di cui ringrazio i miei genitori, sia stata fondamentale per il tipo di musicista che sono oggi: innamorato dei suoni, ma assetato e curioso anche verso altre forme di arte e creatività.

Ci racconta brevemente dei suoi studi? Il Conservatorio, i maestri che l’hanno formata e, credo, incoraggiata. Con quali violoncellisti ha poi studiato per perfezionarsi? Dei principali ci può raccontare alcuni particolari, anche per capire l’importanza nella sua crescita professionale?
Il primo maestro, fondamentale, è stato sicuramente quello degli anni di Conservatorio a Firenze: Andrea Nannoni. Mi ha aiutato a sviluppare le mie curiosità musicali senza preclusioni, trasmettendomi le preziose lezioni di tecnica dell’arco apprese alla scuola di André Navarra.  Parallelamente, e negli anni successivi, mi sono perfezionato con celebri violoncellisti quali Amedeo Baldovino – uomo di straordinaria vitalità, testimone di una grande tradizione che discendeva da MainardiMario Brunello – che mi ha sostenuto e ha sempre apprezzato la mia ricerca musicale e David Geringas – grazie al quale ho lavorato molto sul rilassamento del corpo, il rigore esecutivo e la focalizzazione dei gesti. Non posso non citare alcuni incontri, più sporadici, in masterclasses che sono state però decisive per il mio cammino – in primis due lunghi corsi estivi con Jozif Levinson presso il Conservatorio di San Pietroburgo negli ultimi anni di Unione Sovietica.

Fu un’esperienza totalizzante ed entusiasmante – un tuffo in una cultura musicale di altissimo livello che mi diede una grandissima energia e mi spinse definitivamente nello studio dello strumento. E ancora non posso omettere due meravigliose masterclasses con Anner Bijlsma – purtroppo recentemente scomparso. Un musicista nel quale si incontravano ad un livello altissimo creatività, ricerca, cultura, virtuosismo e fantasia – una fonte di ispirazione inesauribile.  Per quanto riguarda gli studi di quartetto un incontro fondamentale è stato quello con Rainer Schmidt – musicista che ci ha spinto verso l’approfondimento dell’ascolto reciproco. In ultimo non posso non citare una straordinaria occasione di lezione in trio (con Lorenza Borrani e Matteo Fossi) nientemeno che con Mstislav Rostropovich – come insegnante aveva un entusiasmo contagioso e verve straordinaria e fu pieno di belle parole per il nostro gruppo.

Ha studiato composizione con Sciarrino: quanto e come ha influito nella sua formazione di musicista? Ci racconta un episodio significativo per capire la personalità di questo compositore?
Si è trattato indubbiamente di una esperienza decisiva nella mia formazione. L’incontro con un vero e proprio “maestro” – nel senso più completo del termine. Si passavano interi pomeriggi nella classe di composizione ed erano pomeriggi di stimolo continuo, dove il vero e proprio dialogo socratico con Sciarrino poteva passare dall’analisi dei nostri lavori, allo sguardo su una sua composizione più o meno recente (talvolta ancora inedita o manoscritta!), dall’orchestrazione di un preludio di Debussy, alla visita ad un museo. Voglio anche citare lo straordinario maestro di lettura della partitura Romano Pezzati, raffinato compositore anch’egli.  Nella sua classe abbiamo analizzato, scoperto, cantato e suonato moltissime pagine di Schumann, Bach, Berg, Kurtag, Schubert…

Brevemente ci descrive le tappe principali della sua carriera come solista? E con le varie orchestre?
Il debutto lo devo a Sciarrino, che mi volle come solista nelle Variazioni per violoncello e orchestra nella sua città natale Palermo verso la metà degli anni ’90. In seguito ho sviluppato questo lato dell’attività con grande interesse, soprattutto nella creazione di un nuovo repertorio per violoncello e orchestra, collaborando con importanti orchestre internazionali: Orchestra Filarmonica della Scala, Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra Nazionale della RAI, SWR Radio Sinfonieorchester Stuttgart, RSO Radio Symphonie Orchester Wien, Orquesta Estable del Teatro Colon, Ensemble Resonanz, Lithuanian National Symphony Orchestra, Oulu Sinfonia Finlandia, Lithuanian State Symphony Orchestra, Orchestra Regionale Toscana… Si tratta di un modo di far musica meno intimo e ricercato di quello cameristico che amo, dove è necessario sviluppare una presenza sonora e “retorica” che si possa confrontare con la, talvolta imponente, massa orchestrale. Nel 2021 ho in programma la prima italiana del bellissimo Ouroboros di Thomas Larcher con la Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, la prima assoluta di un nuovo concerto composto per me da Josè Maria Sanchez Verdù con l’Orchestra di Padova e del Veneto ed un nuovo triplo concerto del portoghese Luis Antunes Pena che sarà in programma alla Philarmonie di Koln e alla Casa da Musica di Porto.

Quartetto Prometeo: cosa può dirci di questo progetto?
Si tratta di una parte fondamentale della mia attività e del mio essere musicista. Ho contribuito a fondare il quartetto nel 1993 (fa realmente impressione scrivere questa data così lontana!) dunque sono letteralmente cresciuto con e insieme a questa formazione, facendo musica insieme in modo capillare e approfondito. Aldilà delle numerose soddisfazioni, tournée, concerti, dischi pubblicati e riconoscimenti ottenuti dal quartetto, ciò che mi sta più a cuore è proprio quello che imparato e imparo tuttora, nello “sciogliere” la mia parte individuale, il mio suono, in un accordo, in un discorso musicale a più voci. È una prospettiva differente del fare musica, che deve includere, nel contempo, una presenza/partecipazione attiva ed un vero e proprio mettersi “in ascolto” nel momento stesso in cui si suona. Una lezione che influenza inevitabilmente in profondità tutto il mio modo di fare musica.

Ensemble Alter Ego: altra importante collaborazione.
Anche l’esperienza di Alter Ego è iniziata moltissimi anni fa – ancora negli anni ’90, quando Salvatore Sciarrino, mio maestro di composizione in quegli anni, mi chiese di sostituire il loro violoncellista per il suo Trio n.2 in un concerto programmato pochi giorni dopo. Questo “tuffo”, un po’ improvvisato, si rivelò una splendida esperienza destinata a continuare per molti anni, e ad evolversi in una attività di musica da camera contemporanea di grande vivacità e varietà. Il quintetto ha avuto una traiettoria ed una freschezza di approccio che credo abbiano spesso anticipato i tempi e le tendenze (nel repertorio variegato, nella libertà di accostare musica da camera con linguaggio elettronico…) aprendosi negli anni ad una enorme varietà di estetiche e rompendo spesso quella rigidità un po’ “ideologizzata” e molto istituzionale che caratterizzava la scena musicale ancora negli ultimi anni del XX secolo. L’unica bussola è stata quella di cercare di suonare musica in cui credevamo e che sentissimo significativa e artisticamente originale e forte.

Dalla sua biografia appare evidente un grande interesse per la musica contemporanea: perché questa scelta? Con quali compositori ha collaborato?
Ho sempre sentito fortemente il tema “etico” del fare musica nuova – del portare avanti il processo creativo nel nostro tempo, del reagire ad una formazione e ad un sistema istituzionale spesso incentrato sulla musica del passato. Ma solo in parte si è trattato di una scelta: oltre alla decisione razionale che ho descritto (e che non esiterei a definire anche “politica” e “progressista”) infatti, ho sempre sentito assolutamente come naturale e direi necessaria ogni musica – dalla più radicale alla più tradizionale, dal repertorio della tradizione a ciò che ancora non esisteva. Naturalmente Sciarrino e i miei compagni di classe durante gli studi sono stati i primi compositori con cui ho collaborato da “vicino”. In seguito, ho sempre scelto, con grande ampiezza di vedute, le pagine che in qualche modo risuonavano in me. Sono troppi i nomi da citare: Fedele, Filidei, Francesconi, Gervasoni, Romitelli, Scodanibbio e tra gli stranieri Bauckholt, Glass, Harvey, Hosokawa, Lachenmann, Lucier, Part, Reich, Saariaho per nominare solo i più celebri. L’elenco completo sarebbe davvero sterminato… e comunque da aggiornare con nomi nuovi quasi ogni mese!

Quando ha collaborato con Stefano Gervasoni (bergamasco, come MyCello): ci racconta questo sodalizio?
Conosco la musica di Gervasoni dai primi anni ’90 quando, con Alter Ego, suonavamo regolarmente suoi lavori da camera: uno dei nostri cavalli di battaglia erano le splendide “Two French Opera by Ungaretti“, per soprano e quintetto. Divenimmo ben presto amici e la collaborazione è proseguita negli anni, fino al desiderio di creare un concerto per violoncello per me. Nel 2014 si è realizzato questo sogno reciproco e nelle migliori condizioni e contesto possibili. La prima esecuzione, presso il Teatro alla Scala con la Filarmonica diretta da Suasanna Mälkki, del suo splendido “Heur, Leurre, Lueur”, un brano di grande fantasia e dai colori davvero sorprendenti che spero di riprendere al più presto.

Ha inciso con molte etichette: brevemente quali sono state? Le principali e per quali registrazioni?
Tra progetti di musica da camera, in duo o quartetto, da solista con orchestra e incisioni di musica sperimentale, ho sicuramente una nutrita e variegata discografia (riassunta in modo esaustivo nel mio sito). Si tratta etichette diverse, dalle più “istituzionali” e diffuse, a splendide edizioni a tiratura limitata… In duo con il pianista Emanuele Torquati ho esplorato grandi romantici quali Schumann, Brahms e Liszt (di quest’ultimo abbiamo registrato l’opera completa per violoncello e pianoforte) attraverso opere originali e rarissime trascrizioni apparse nella loro epoca. Sono CD pubblicati dalla etichetta olandese Brilliant Classics. Nella ricca discografia del Quartetto Prometeo, sono affezionato in particolare ad un CD, dal titolo Arcana, pubblicato dalla Sony. Un nostro progetto su meravigliose opere del Sei-Settecento italiano, tra cui Scarlatti, Gesualdo e Monteverdi, trascritte per noi da importanti compositori italiani attuali quali Sciarrino, Fedele, Gervasoni, Battistelli, Filidei. L’idea alla base del disco è che proprio la pratica della trascrizione creativa sia un terreno di confronto ideale per esaltare le peculiarità dei compositori di oggi. Altro disco molto speciale con il Prometeo è Reinventions, uscito per la “mitica” etichetta tedesca ECM e dedicato alle pagine scritte per noi da Stefano Scodanibbio: Una antologia poetica che unisce mondi sonori molti distanti quali Bach e la musica popolare messicana, riletti attraverso la lente straniante e caleidoscopica del compositore marchigiano recentemente scomparso.

Ci parla in particolare dei tre CD di rarità schumanniane?
Schumann è, scrivo sapendo di azzardare una definizione assolutamente “naif” e superficiale, il mio “compositore preferito”. Amo moltissimo i suoi capolavori e non meno le sue bizzarrie. Adoro le complicate e visionarie opere degli ultimi anni, considerate spesso frutto della incipiente instabilità psichica. Empatizzo per la sua sensibilità (e fragilità) umorale e instabile, e lo considero un riferimento poetico assoluto per la identità fra Opera e Vissuto. Alle mie orecchie, le sue note dicono sempre la Verità, talvolta in modo quasi nudo e indifeso. Molti anni fa, in un viaggio a Copenaghen, comprai un vecchio e polveroso spartito Peters di trascrizioni Schumanniane fatte da Friederich Grützmacher, nome che noi violoncellisti ben conosciamo (e temiamo!) per i suoi virtuosistici studi, obbligatori negli esami di conservatorio. Il volume rimase per molto tempo impilato fra le cose da leggere fino a che un giorno non incontrai, grazie ad un corrispondente spagnolo di internet una seconda interessante rarità schumanniana nella versione violoncellisti di Grützmacher: le celeberrime Kinderszenen. Il pianista Emanuele Torquati ed io leggemmo questa stranezza con curiosità e apertura, venendo gratificati da quella che si rivela una deliziosa elaborazione con preziosi tocchi di finezza compositiva. Poco dopo, in quella miniera (virtuale) di musica che il sito IMSLP (Petrucci Library), trovai quella che è la mia sonata favorita in assoluto, ovvero la Sonata n.2, op.121 di Schumann per violino e pianoforte nella versione (non a caso sempre di Grützmacher) per violoncello. Con Torquati iniziammo ad inserire nei programmi alcune di quelle trascrizioni (un altro gioiello è la collezione di 17 Lieder, così come l’interessante accompagnamento pianistico che Schumann scrisse per la III Suite di Bach). Avevo cambiato completamente prospettiva nei confronti della trascrizione – una pratica che consideravo vetusta e artisticamente inferiore e che invece all’improvviso mi appariva gettar nuova luce su un mondo musicale ottocentesco. A quel punto non potevo non sognare un progetto discografico che raccogliesse queste pagine.

Quali sono, invece, i suoi impegni come docente?
Ho iniziato ad insegnare su invito (o anche affettuosa imposizione😉) di Piero Farulli (non gli si poteva dire di no…) presso la Scuola di Musica di Fiesole, appena diplomato, a 21 anni. Vi ho insegnato regolarmente per più di dieci anni. È stata una meravigliosa forma di apprendimento anche per me: per poter spiegare e insegnare bisogna capire ed analizzare ciò che si fa con lo strumento e come si affronta il testo musicale. Un processo di razionalizzazione di qualcosa che negli anni tende a diventare sempre meno conscio, che induce nuove idee e riflessioni e porta ad ulteriore consapevolezza. Negli ultimi anni, ho sentito la necessità di avere più tempo per lo studio e i progetti esecutivi e ho voluto concentrare l’insegnamento in Corsi e Masterclass. Ne tengo con una certa regolarità presso Conservatori italiani (negli ultimi anni Bologna, Perugia, Avellino…) e prestigiose istituzioni estere (Royal College di Londra, Accademia Liszt di Budapest, Conservatorio Tchaikovsky di Mosca, Untref di Buenos Aires, Pacific University in California…) e ogni estate tengo un corso durante il festival di CastelCello a BrunnenBurg in Alto Adige e, dal 2019, presso lo storico Festival di Portogruaro.

Direttore artistico di due festival: Music@villaromana e Castelcello. Quale è la fatica di un direttore artistico? Questi due festival sono molto diversi o simili? Ce ne può parlare e descriverli? 
Si tratta di due progetti iniziati in momenti diversi e dalla natura differente. Il primo si svolge presso Villa Romana, storica residenza “tedesca” per artisti a Firenze; l’ho fondato insieme al pianista Emanuele Torquati, amico e complice musicale, ed è dedicato alla musica sperimentale. Compie quest’anno un ragguardevole decimo anniversario. Il secondo, nato dall’iniziativa meritoria dell’amico compositore e violinista Marcello Fera, si svolge nell’affascinante castello di BrunnenBurg, vicino a Merano. Ho raccolto da lui la direzione artistica dalla sesta edizione del 2019 ed è un evento dedicato al violoncello. Ciò che desidero maggiormente è creare delle esperienze di ascolto memorabili ed immersive, che parlino all’ascoltatore e lo catturino, trasportandolo in una differente dimensione. La musica ha questo potere quando è “nelle mani” di grandi interpreti. Dunque, la mia ricerca, nel caso di entrambi i festival, è doppia: da un lato è incessante sui programmi e sul repertorio (di ogni epoca e stile). Nel festival fiorentino, alla contemporanea classica si accostano spesso momenti di musica elettronica, performativa, improvvisata, nella convinzione che tutte facciano parte dell’espressione musicale contemporanea; in Castelcello si declina il violoncello, in forme diverse (solistico, cameristico, jazz, folk…), e ogni anno vi è un appuntamento più “trasversale”. Nel 2019 questo “ruolo” è spettato allo straordinario musicista olandese Ernst Reijseger, nel 2020 toccherà allo spettacolare duo viennese BartolomeyBittmann.

Maestro, recentemente un viaggio importante in Giappone, con molti concerti. Ci vuole parlare di questa importante esperienza?
Sono tornato regolarmente in Giappone negli ultimi anni e si tratta davvero di un paese dove le condizioni per suonare sono ideali. Le sale hanno sempre una acustica eccellente (a volte davvero straordinaria come nella splendida Munetsugu Hall di Nagoya), che esalta il suono dello strumento e che permette una varietà di colori e livelli dinamici davvero ampia. Altrettanto importante, se non ancor di più, è la disponibilità e capacità di ascolto che percepisco da parte pubblico giapponese. Un uditorio attento, partecipe ed infine spesso straordinariamente caloroso.

Per ultimo: quale violoncello suona?
Da molti anni possiedo un violoncello Rivolta del 183,5 dal suono caldo e profondo che è diventato un po’ il mio compagno di strada, la mia “voce”. È uno strumento duttile e completo, che mi permette di passare dal repertorio barocco a quello romantico senza dimenticare il contemporaneo, come anche dal quartetto a ruoli solistici senza ostacoli o preoccupazioni. Recentemente ho avuto la fortuna e la possibilità di suonare e incidere un nuovo disco sullo Stradivari della Accademia Musica Chigiana (che voglio qui ringraziare), del 1685. Ho scelto di registrare una personale antologia delle primissime pagine mai scritte per il nostro strumento, che nascono proprio in quegli anni nella odierna Emilia, di autori come Gabrielli, Degli Antoni, Galli, Colombi tra gli altri. Ho voluto metterle in dialogo con colui che ritengo un vero “barocco” del nostro tempo quale Salvatore Sciarrino. Una registrazione alla quale sto dando gli ultimi tocchi di editing e dovrebbe vedere la pubblicazione nei prossimi mesi!

Grazie mille, Francesco Dillon, per la sua disponibilità nei confronti del nostro sito web. Gli auguri migliori per il suo futuro di musicista e non solo.

13 aprile 2020

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