Russo di nascita e violoncellista sui palcoscenici di tutta Europa, Leonid Gorokov, grande interprete e insegnante eccellente, accetta volentieri di rispondere ad alcune delle nostre domande.
Quando ha iniziato a suonare e perché ha scelto il violoncello?
Ho iniziato a suonare il piano a 5 anni e il violoncello a 7. Il violoncello mi è stato suggerito (immagino) perché c’erano alcuni spazi disponibili nel corso di violoncello appena istituito.
Quali insegnanti sono stati i più decisivi nella sua formazione e da quali punti di vista?
Ho iniziato a studiare con S. Zagursky, un vero poeta dello strumento. Quando emigrò dall’URSS, fui accettato nella classe di A. Nikitin, un grande musicista e un insegnante appassionato della sua professione. Il punto di riferimento immortale a cui mi sono isporato è stato, ed è ancora, il grande Daniil Shafran.
Durante i primi anni di studio, ha mai pensato di smettere di suonare il violoncello per dedicarsi a qualcos’altro?
Non ho mai pensato di smettere. È stato un “O la va o la spacca…”
Secondo lei, c’è un modo per dire se un giovane violoncellista ha la possibilità di diventare un grande violoncellista?
Solo nel corso degli stuti, credo dipenda da una complessa combinazione di fattori.
È utile partecipare a concorsi durante il periodo di studio? Tutti gli studenti sono in grado di affrontare con la necessaria calma la competizione, accettando persino una possibile sconfitta?
Le competizioni sono diventate molto numerose. Alcuni mantengono ancora elevati standard di professionalità ed equità, ma, purtroppo, non tutte. Dipende molto dalle circostanze. Partecipare ad un concorso può dare una grande motivazione per apprendere un nuovo repertorio entro una scadenza, può offrire l’occasione per incontrare colleghi e maestri; ma in alcuni casi gli sforzi senza risultato potrebbero anche essere scoraggianti. L’importante è scegliere i concorsi con cura e sfruttarne tutte le possibilità, sforzandosi di non rimanere delusi. Per molti la vita professionale prosegue benissimo indipendentemente dall’esito dei concorsi.
Secondo lei, ci sono composizioni che, in ogni caso, un insegnante dovrebbe includere nel corso degli studi dei suoi studenti, oppure è necessario selezionare per ogni studente un percorso diverso adatto a rafforzare i punti deboli e migliorare i punti di forza di ciascuno ?
Bisogna conciliare fra loro le due strategie: la flessibilità è molto importante ma ci sono, credo, alcune opere essenziali per lo sviluppo di un giovane violoncellista. Gli studi, le opere scritte dai violoncellisti, le Suites di Bach.
È utile per un violoncellista frequentare corsi di perfezionamento con diversi violoncellisti durante il suo periodo di formazione?
Sì. Le lezioni di perfezionamento con grandi colleghi sono incentrate su un lavoro dettagliato, duro e onesto con gli studenti e non utilizzato per scopi narcisistici.
Nella relazione studente-insegnante, uno studente impara di più ascoltando una spiegazione teorica o ascoltando l’insegnante che suona?
Entrambi sicuramente, il passaggio delle informazioni è cruciale: una parola fuori posto o una brutta esemplificazione non possono che far perdere una fiducia acquisita duramente.
Preferisce suonare da solo, con altri violoncellisti o con musicisti che suonano altri strumenti?
Adoro tutto quanto sopra, soprattutto con amici e musicisti affini.
E quali sono i musicisti con cui ha collaborato e collabora più volentieri?
Quelli con cui suono in maniera occasionale.
Qual è il momento della sua vita da violoncellista che ricorda con più piacere?
Un pianto incontrollabile quando ho avuto la possibilità di ascoltare Shafran dal vivo a Londra, nel 1994, dopo tanto tempo che non lo sentivo.
Da poco è stato presentato il suo ultimo CD. Quali CD hai registrato e quali vorresti registrare?
Certamente non troppi, per contribuire alla situazione della spazzatura di plastica, in realtà solo quelli per cui non ho potuto resistere alla tentazione di registrarli. L’ultimo, appena rilasciato, per lo stesso motivo. Con il mio caro amico e un artista meraviglioso, Niklas Sivelöv.
Molti dei musicisti che ho intervistato vedono nella diffusione della cultura musicale un modo per creare pace tra i popoli. Crede anche lei che sia vero?
Credo che per raggiungere questo obiettivo, abbiamo bisogno di un pubblico istruito. Le persone possono davvero capire il messaggio solo quando possono relazionarsi con la lingua. Quindi, in una certa misura, vero; suonare da soli non è abbastanza.
Quali sono i suoi progetti musicali per il 2020?
Ora la maggior parte dei progetti è sospesa; il principale è garantire la possibilità ai miei studenti di sentirsi ispirati, curati e mai soli.
Grazie mille per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande. Spero che i suoi progetti “sospesi” possano essere realizzati.
Come è avvenuta la scelta di studiare il violoncello? In famiglia vi erano musicisti? Come è stata la sua infanzia “musicale”?
Provengo da una famiglia di storici dell’arte, appassionati musicofili. Fin dalla più tenera età sono stato portato all’Opera: prima alla Fenice (sono cresciuto a Venezia) e poi al Comunale di Firenze. Inutile dire che, per qualche anno, ho più dormito, cullato dalle note che mi circondavano, che seguito. Si narra, in famiglia, che il punto di volta fu verso gli otto (?), con uno splendido Fidelio beethoveniano, che mi tenne avvinto dall’inizio alla fine! Confesso che, quando mi iscrissi al Conservatorio di Firenze, il mio desiderio era quello di suonare il contrabbasso, o il corno. Negli anni ’80, non era comune per un bambino di 10 anni poter iniziare direttamente con uno di questi strumenti, e mi fu consigliato di fare due anni di violoncello, per poi passare alla classe di contrabbasso quando fossi cresciuto un po’. Inutile dire che non è mai successo! Sono rimasto più e più affascinato dalla voce di questo strumento, fino a non abbandonarlo. La mia è stata un’infanzia dove la musica ha rivestito un ruolo sicuramente fondamentale, ma accanto all’arte figurativa (la famiglia viaggiava regolarmente per visitare mostre di tutti i tipi), alla lettura (la biblioteca di casa era fornita ed è diventata ben presto terreno di scoperta), al cinema e (inutile negarlo!) ad interessi più “prosaici” quali il calcio e… i fumetti!! Credo che la somma di tutti questi stimoli, di cui ringrazio i miei genitori, sia stata fondamentale per il tipo di musicista che sono oggi: innamorato dei suoni, ma assetato e curioso anche verso altre forme di arte e creatività.
Ci racconta brevemente dei suoi studi? Il Conservatorio, i maestri che l’hanno formata e, credo, incoraggiata. Con quali violoncellisti ha poi studiato per perfezionarsi? Dei principali ci può raccontare alcuni particolari, anche per capire l’importanza nella sua crescita professionale?
Il primo maestro, fondamentale, è stato sicuramente quello degli anni di Conservatorio a Firenze: Andrea Nannoni. Mi ha aiutato a sviluppare le mie curiosità musicali senza preclusioni, trasmettendomi le preziose lezioni di tecnica dell’arco apprese alla scuola di André Navarra. Parallelamente, e negli anni successivi, mi sono perfezionato con celebri violoncellisti quali Amedeo Baldovino – uomo di straordinaria vitalità, testimone di una grande tradizione che discendeva da Mainardi – Mario Brunello – che mi ha sostenuto e ha sempre apprezzato la mia ricerca musicale e David Geringas – grazie al quale ho lavorato molto sul rilassamento del corpo, il rigore esecutivo e la focalizzazione dei gesti. Non posso non citare alcuni incontri, più sporadici, in masterclasses che sono state però decisive per il mio cammino – in primis due lunghi corsi estivi con Jozif Levinson presso il Conservatorio di San Pietroburgo negli ultimi anni di Unione Sovietica.
Fu un’esperienza totalizzante ed entusiasmante – un tuffo in una cultura musicale di altissimo livello che mi diede una grandissima energia e mi spinse definitivamente nello studio dello strumento. E ancora non posso omettere due meravigliose masterclasses con Anner Bijlsma – purtroppo recentemente scomparso. Un musicista nel quale si incontravano ad un livello altissimo creatività, ricerca, cultura, virtuosismo e fantasia – una fonte di ispirazione inesauribile. Per quanto riguarda gli studi di quartetto un incontro fondamentale è stato quello con Rainer Schmidt – musicista che ci ha spinto verso l’approfondimento dell’ascolto reciproco. In ultimo non posso non citare una straordinaria occasione di lezione in trio (con Lorenza Borrani e Matteo Fossi) nientemeno che con Mstislav Rostropovich – come insegnante aveva un entusiasmo contagioso e verve straordinaria e fu pieno di belle parole per il nostro gruppo.
Ha studiato composizione con Sciarrino: quanto e come ha influito nella sua formazione di musicista? Ci racconta un episodio significativo per capire la personalità di questo compositore?
Si è trattato indubbiamente di una esperienza decisiva nella mia formazione. L’incontro con un vero e proprio “maestro” – nel senso più completo del termine. Si passavano interi pomeriggi nella classe di composizione ed erano pomeriggi di stimolo continuo, dove il vero e proprio dialogo socratico con Sciarrino poteva passare dall’analisi dei nostri lavori, allo sguardo su una sua composizione più o meno recente (talvolta ancora inedita o manoscritta!), dall’orchestrazione di un preludio di Debussy, alla visita ad un museo. Voglio anche citare lo straordinario maestro di lettura della partitura Romano Pezzati, raffinato compositore anch’egli. Nella sua classe abbiamo analizzato, scoperto, cantato e suonato moltissime pagine di Schumann, Bach, Berg, Kurtag, Schubert…
Brevemente ci descrive le tappe principali della sua carriera come solista? E con le varie orchestre?
Il debutto lo devo a Sciarrino, che mi volle come solista nelle Variazioni per violoncello e orchestra nella sua città natale Palermo verso la metà degli anni ’90. In seguito ho sviluppato questo lato dell’attività con grande interesse, soprattutto nella creazione di un nuovo repertorio per violoncello e orchestra, collaborando con importanti orchestre internazionali: Orchestra Filarmonica della Scala, Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, Orchestra Nazionale della RAI, SWR Radio Sinfonieorchester Stuttgart, RSO Radio Symphonie Orchester Wien, Orquesta Estable del Teatro Colon, Ensemble Resonanz, Lithuanian National Symphony Orchestra, Oulu Sinfonia Finlandia, Lithuanian State Symphony Orchestra, Orchestra Regionale Toscana… Si tratta di un modo di far musica meno intimo e ricercato di quello cameristico che amo, dove è necessario sviluppare una presenza sonora e “retorica” che si possa confrontare con la, talvolta imponente, massa orchestrale. Nel 2021 ho in programma la prima italiana del bellissimo Ouroboros di Thomas Larcher con la Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, la prima assoluta di un nuovo concerto composto per me da Josè Maria Sanchez Verdù con l’Orchestra di Padova e del Veneto ed un nuovo triplo concerto del portoghese Luis Antunes Pena che sarà in programma alla Philarmonie di Koln e alla Casa da Musica di Porto.
Quartetto Prometeo: cosa può dirci di questo progetto?
Si tratta di una parte fondamentale della mia attività e del mio essere musicista. Ho contribuito a fondare il quartetto nel 1993 (fa realmente impressione scrivere questa data così lontana!) dunque sono letteralmente cresciuto con e insieme a questa formazione, facendo musica insieme in modo capillare e approfondito. Aldilà delle numerose soddisfazioni, tournée, concerti, dischi pubblicati e riconoscimenti ottenuti dal quartetto, ciò che mi sta più a cuore è proprio quello che imparato e imparo tuttora, nello “sciogliere” la mia parte individuale, il mio suono, in un accordo, in un discorso musicale a più voci. È una prospettiva differente del fare musica, che deve includere, nel contempo, una presenza/partecipazione attiva ed un vero e proprio mettersi “in ascolto” nel momento stesso in cui si suona. Una lezione che influenza inevitabilmente in profondità tutto il mio modo di fare musica.
Ensemble Alter Ego: altra importante collaborazione.
Anche l’esperienza di Alter Ego è iniziata moltissimi anni fa – ancora negli anni ’90, quando Salvatore Sciarrino, mio maestro di composizione in quegli anni, mi chiese di sostituire il loro violoncellista per il suo Trio n.2 in un concerto programmato pochi giorni dopo. Questo “tuffo”, un po’ improvvisato, si rivelò una splendida esperienza destinata a continuare per molti anni, e ad evolversi in una attività di musica da camera contemporanea di grande vivacità e varietà. Il quintetto ha avuto una traiettoria ed una freschezza di approccio che credo abbiano spesso anticipato i tempi e le tendenze (nel repertorio variegato, nella libertà di accostare musica da camera con linguaggio elettronico…) aprendosi negli anni ad una enorme varietà di estetiche e rompendo spesso quella rigidità un po’ “ideologizzata” e molto istituzionale che caratterizzava la scena musicale ancora negli ultimi anni del XX secolo. L’unica bussola è stata quella di cercare di suonare musica in cui credevamo e che sentissimo significativa e artisticamente originale e forte.
Dalla sua biografia appare evidente un grande interesse per la musica contemporanea: perché questa scelta? Con quali compositori ha collaborato?
Ho sempre sentito fortemente il tema “etico” del fare musica nuova – del portare avanti il processo creativo nel nostro tempo, del reagire ad una formazione e ad un sistema istituzionale spesso incentrato sulla musica del passato. Ma solo in parte si è trattato di una scelta: oltre alla decisione razionale che ho descritto (e che non esiterei a definire anche “politica” e “progressista”) infatti, ho sempre sentito assolutamente come naturale e direi necessaria ogni musica – dalla più radicale alla più tradizionale, dal repertorio della tradizione a ciò che ancora non esisteva. Naturalmente Sciarrino e i miei compagni di classe durante gli studi sono stati i primi compositori con cui ho collaborato da “vicino”. In seguito, ho sempre scelto, con grande ampiezza di vedute, le pagine che in qualche modo risuonavano in me. Sono troppi i nomi da citare: Fedele, Filidei, Francesconi, Gervasoni, Romitelli, Scodanibbio e tra gli stranieri Bauckholt, Glass, Harvey, Hosokawa, Lachenmann, Lucier, Part, Reich, Saariaho per nominare solo i più celebri. L’elenco completo sarebbe davvero sterminato… e comunque da aggiornare con nomi nuovi quasi ogni mese!
Quando ha collaborato con Stefano Gervasoni (bergamasco, come MyCello): ci racconta questo sodalizio?
Conosco la musica di Gervasoni dai primi anni ’90 quando, con Alter Ego, suonavamo regolarmente suoi lavori da camera: uno dei nostri cavalli di battaglia erano le splendide “Two French Opera by Ungaretti“, per soprano e quintetto. Divenimmo ben presto amici e la collaborazione è proseguita negli anni, fino al desiderio di creare un concerto per violoncello per me. Nel 2014 si è realizzato questo sogno reciproco e nelle migliori condizioni e contesto possibili. La prima esecuzione, presso il Teatro alla Scala con la Filarmonica diretta da Suasanna Mälkki, del suo splendido “Heur, Leurre, Lueur”, un brano di grande fantasia e dai colori davvero sorprendenti che spero di riprendere al più presto.
Ha inciso con molte etichette: brevemente quali sono state? Le principali e per quali registrazioni?
Tra progetti di musica da camera, in duo o quartetto, da solista con orchestra e incisioni di musica sperimentale, ho sicuramente una nutrita e variegata discografia (riassunta in modo esaustivo nel mio sito). Si tratta etichette diverse, dalle più “istituzionali” e diffuse, a splendide edizioni a tiratura limitata… In duo con il pianista Emanuele Torquati ho esplorato grandi romantici quali Schumann, Brahms e Liszt (di quest’ultimo abbiamo registrato l’opera completa per violoncello e pianoforte) attraverso opere originali e rarissime trascrizioni apparse nella loro epoca. Sono CD pubblicati dalla etichetta olandese Brilliant Classics. Nella ricca discografia del Quartetto Prometeo, sono affezionato in particolare ad un CD, dal titolo Arcana, pubblicato dalla Sony. Un nostro progetto su meravigliose opere del Sei-Settecento italiano, tra cui Scarlatti, Gesualdo e Monteverdi, trascritte per noi da importanti compositori italiani attuali quali Sciarrino, Fedele, Gervasoni, Battistelli, Filidei. L’idea alla base del disco è che proprio la pratica della trascrizione creativa sia un terreno di confronto ideale per esaltare le peculiarità dei compositori di oggi. Altro disco molto speciale con il Prometeo è Reinventions, uscito per la “mitica” etichetta tedesca ECM e dedicato alle pagine scritte per noi da Stefano Scodanibbio: Una antologia poetica che unisce mondi sonori molti distanti quali Bach e la musica popolare messicana, riletti attraverso la lente straniante e caleidoscopica del compositore marchigiano recentemente scomparso.
Ci parla in particolare dei tre CD di rarità schumanniane?
Schumann è, scrivo sapendo di azzardare una definizione assolutamente “naif” e superficiale, il mio “compositore preferito”. Amo moltissimo i suoi capolavori e non meno le sue bizzarrie. Adoro le complicate e visionarie opere degli ultimi anni, considerate spesso frutto della incipiente instabilità psichica. Empatizzo per la sua sensibilità (e fragilità) umorale e instabile, e lo considero un riferimento poetico assoluto per la identità fra Opera e Vissuto. Alle mie orecchie, le sue note dicono sempre la Verità, talvolta in modo quasi nudo e indifeso. Molti anni fa, in un viaggio a Copenaghen, comprai un vecchio e polveroso spartito Peters di trascrizioni Schumanniane fatte da Friederich Grützmacher, nome che noi violoncellisti ben conosciamo (e temiamo!) per i suoi virtuosistici studi, obbligatori negli esami di conservatorio. Il volume rimase per molto tempo impilato fra le cose da leggere fino a che un giorno non incontrai, grazie ad un corrispondente spagnolo di internet una seconda interessante rarità schumanniana nella versione violoncellisti di Grützmacher: le celeberrime Kinderszenen. Il pianista Emanuele Torquati ed io leggemmo questa stranezza con curiosità e apertura, venendo gratificati da quella che si rivela una deliziosa elaborazione con preziosi tocchi di finezza compositiva. Poco dopo, in quella miniera (virtuale) di musica che il sito IMSLP (Petrucci Library), trovai quella che è la mia sonata favorita in assoluto, ovvero la Sonata n.2, op.121 di Schumann per violino e pianoforte nella versione (non a caso sempre di Grützmacher) per violoncello. Con Torquati iniziammo ad inserire nei programmi alcune di quelle trascrizioni (un altro gioiello è la collezione di 17 Lieder, così come l’interessante accompagnamento pianistico che Schumann scrisse per la III Suite di Bach). Avevo cambiato completamente prospettiva nei confronti della trascrizione – una pratica che consideravo vetusta e artisticamente inferiore e che invece all’improvviso mi appariva gettar nuova luce su un mondo musicale ottocentesco. A quel punto non potevo non sognare un progetto discografico che raccogliesse queste pagine.
Quali sono, invece, i suoi impegni come docente?
Ho iniziato ad insegnare su invito (o anche affettuosa imposizione😉) di Piero Farulli (non gli si poteva dire di no…) presso la Scuola di Musica di Fiesole, appena diplomato, a 21 anni. Vi ho insegnato regolarmente per più di dieci anni. È stata una meravigliosa forma di apprendimento anche per me: per poter spiegare e insegnare bisogna capire ed analizzare ciò che si fa con lo strumento e come si affronta il testo musicale. Un processo di razionalizzazione di qualcosa che negli anni tende a diventare sempre meno conscio, che induce nuove idee e riflessioni e porta ad ulteriore consapevolezza. Negli ultimi anni, ho sentito la necessità di avere più tempo per lo studio e i progetti esecutivi e ho voluto concentrare l’insegnamento in Corsi e Masterclass. Ne tengo con una certa regolarità presso Conservatori italiani (negli ultimi anni Bologna, Perugia, Avellino…) e prestigiose istituzioni estere (Royal College di Londra, Accademia Liszt di Budapest, Conservatorio Tchaikovsky di Mosca, Untref di Buenos Aires, Pacific University in California…) e ogni estate tengo un corso durante il festival di CastelCello a BrunnenBurg in Alto Adige e, dal 2019, presso lo storico Festival di Portogruaro.
Direttore artistico di due festival: Music@villaromana e Castelcello. Quale è la fatica di un direttore artistico? Questi due festival sono molto diversi o simili? Ce ne può parlare e descriverli?
Si tratta di due progetti iniziati in momenti diversi e dalla natura differente. Il primo si svolge presso Villa Romana, storica residenza “tedesca” per artisti a Firenze; l’ho fondato insieme al pianista Emanuele Torquati, amico e complice musicale, ed è dedicato alla musica sperimentale. Compie quest’anno un ragguardevole decimo anniversario. Il secondo, nato dall’iniziativa meritoria dell’amico compositore e violinista Marcello Fera, si svolge nell’affascinante castello di BrunnenBurg, vicino a Merano. Ho raccolto da lui la direzione artistica dalla sesta edizione del 2019 ed è un evento dedicato al violoncello. Ciò che desidero maggiormente è creare delle esperienze di ascolto memorabili ed immersive, che parlino all’ascoltatore e lo catturino, trasportandolo in una differente dimensione. La musica ha questo potere quando è “nelle mani” di grandi interpreti. Dunque, la mia ricerca, nel caso di entrambi i festival, è doppia: da un lato è incessante sui programmi e sul repertorio (di ogni epoca e stile). Nel festival fiorentino, alla contemporanea classica si accostano spesso momenti di musica elettronica, performativa, improvvisata, nella convinzione che tutte facciano parte dell’espressione musicale contemporanea; in Castelcello si declina il violoncello, in forme diverse (solistico, cameristico, jazz, folk…), e ogni anno vi è un appuntamento più “trasversale”. Nel 2019 questo “ruolo” è spettato allo straordinario musicista olandese Ernst Reijseger, nel 2020 toccherà allo spettacolare duo viennese BartolomeyBittmann.
Maestro, recentemente un viaggio importante in Giappone, con molti concerti. Ci vuole parlare di questa importante esperienza?
Sono tornato regolarmente in Giappone negli ultimi anni e si tratta davvero di un paese dove le condizioni per suonare sono ideali. Le sale hanno sempre una acustica eccellente (a volte davvero straordinaria come nella splendida Munetsugu Hall di Nagoya), che esalta il suono dello strumento e che permette una varietà di colori e livelli dinamici davvero ampia. Altrettanto importante, se non ancor di più, è la disponibilità e capacità di ascolto che percepisco da parte pubblico giapponese. Un uditorio attento, partecipe ed infine spesso straordinariamente caloroso.
Per ultimo: quale violoncello suona?
Da molti anni possiedo un violoncello Rivolta del 183,5 dal suono caldo e profondo che è diventato un po’ il mio compagno di strada, la mia “voce”. È uno strumento duttile e completo, che mi permette di passare dal repertorio barocco a quello romantico senza dimenticare il contemporaneo, come anche dal quartetto a ruoli solistici senza ostacoli o preoccupazioni. Recentemente ho avuto la fortuna e la possibilità di suonare e incidere un nuovo disco sullo Stradivari della Accademia Musica Chigiana (che voglio qui ringraziare), del 1685. Ho scelto di registrare una personale antologia delle primissime pagine mai scritte per il nostro strumento, che nascono proprio in quegli anni nella odierna Emilia, di autori come Gabrielli, Degli Antoni, Galli, Colombi tra gli altri. Ho voluto metterle in dialogo con colui che ritengo un vero “barocco” del nostro tempo quale Salvatore Sciarrino. Una registrazione alla quale sto dando gli ultimi tocchi di editing e dovrebbe vedere la pubblicazione nei prossimi mesi!
Grazie mille, Francesco Dillon, per la sua disponibilità nei confronti del nostro sito web. Gli auguri migliori per il suo futuro di musicista e non solo.
Navigando sul web, mi imbatto in un video molto suggestivo: un violoncellista suona tra le rovine dell’antica Efeso. Incuriosita, decido di contattarlo per saperne di più su di lui. Così inizia la mia conversazione con Melih Selen, violoncellista turco.
Quando hai visto e sentito un violoncello?
Avevo 13 anni quando ho visto e ascoltato il violoncello in un concerto per la prima volta.
E quando hai deciso di voler suonare quello strumento?
Quando avevo 12 anni, suonavo la chitarra classica. Poi, a 18 anni, ho superato l’esame di ammissione della Facoltà di musica e i professori hanno detto che il mio talento e la struttura fisiologica si adattavano molto bene al violoncello. Quindi mi hanno consigliato di provare a cambiare strumento. Quando ho preso in mano per la prima volta un violoncello, sono rimasti davvero sorpresi nel notare che lo suonavo con grande facilità, come se lo suonassi già da molto tempo. Quindi, in quel momento, i miei insegnanti hanno verificato che veramente avevo un talento naturale per il violoncello. Si dice che sono nato per suonare il violoncello. Così ho iniziato a suonare il violoncello e ho smesso di suonare la chitarra. Ho adattato al violoncello molti esercizi e studi che già mi erano stati utili per imparare a suonare la chitarra. Ecco perché, seguendo questa strada, ho fatto progressi rapidissimi.
Quale dei tuoi insegnanti ritieni sia stato il più importante per la tua formazione musicale e umana?
Innanzitutto, il mio insegnante di musica alla scuola elementare Sultan Göknil Kara: è stata la prima persona a scoprire il mio talento. Successivamente, altri tre insegnanti: uno di loro erano un direttore d’orchestra dell’Azerbaigian, il Professore Associato Dr. Yusuf Habibov, l’altro era un vecchio violoncellista della Radio Yuri Semerov di Mosca e l’ultimo era un artista popolare e violoncellista, il Prof. Dr. Eldar İskenderov. Queste, che sono state le persone più importanti che mi hanno sempre di fronte a nuove sfide e hanno influito sia sulla mia formazione musicale che sulla mia carriera.
Qual è stato il momento della tua carriera professionale che ricordi con più piacere?
Tutte le volte che suono in un concerto mi sento felice, e ogni volta sempre più felice della volta precedente. Ai primi posti come momenti meravigliosi metterei un concerto nel 2018, quando ho suonato per violoncello come solista con l’Ucraina Poltova Symphony Orchestra, e anche un concerto del 2019, in cui ho suonato il violoncello come solista, ma al tempo stesso ho anche diretto l’esecuzione di una mia composizione con l’Ucraina Ahşaruma Chamber. Inoltre, uno degli altri momenti che ricordo con più piacere è la realizzazione dei video legati ai miei progetti musicali, girati in antiche città in Turchia e in paesi stranieri come Ephesus Suite Music, Nysa Suite Music Documentary, Tralleis Seikilos Music Documentary, Music Envoy Ukraine.
Quali sono i compositori e le composizioni per violoncello che preferisci?
Ecco i miei principali compositori e composizioni preferiti: Alfredo Piatti, Capricci – Mikhail Evseevič Bukinik, Concert Etude no.4 – David Popper, Etudes & Works
Preferisci suonare da solo in piccoli gruppi di musicisti o con l’orchestra?
Preferisco suonare il violoncello come solista con un’orchestra.
Il violoncello è uno strumento utilizzato nella musica tradizionale del tuo paese?
Ci sono due diversi tipi di musica turca. Musica popolare turca e musica classica turca. Il violoncello non è uno strumento utilizzabile nella musica popolare. Ma nella musica classica (ultimi 30 anni) è possibile usarlo.
Quando e perché hai deciso di valorizzare il repertorio tradizionale ucraino?
In realtà, la valorizzazione della musica tradizionale ucraina è solo il primo passo del grande progetto “Envoy of the music”. Altre parti di questo progetto riguarderanno la musica di Marocco, Italia, Messico e così via. L’obiettivo di questo progetto è il dialogo culturale tra musica turca e altra musica di diverse parti del mondo. E’ un nostro grande desiderio dedicarci anche alla musica tradizionale italiana.
Nelle tue composizioni usi elementi e strumenti tipici della musica tradizionale come materiali sonori?
Sto usando speciali elementi musicali turchi in alcune delle mie composizioni. Ma, in generale, uso musica classica, musica jazz ed elementi di musica moderna come materiale sonoro. Mi piace portare tutto questo nel futuro aggiungendo ogni volta nuove tecniche e nuovi suoni alla mia musica.
I tuoi video spesso invitano il lettore a fermarsi e riflettere sul significato della vita. Pensi che questa sia la missione di un compositore oggi?
La musica a volte descrive il passato a volte il futuro. Ma, per lo più, provo a descrivere il mondo attuale eimminente. Credo che un compositore possa continuare ad esistere in futuro se riesce a pensare in anticipo sui tempi. Un compositore a volte è una persona come uno specchio della società e a volte è la musica pura come se stesso.
La musica è il linguaggio più universale che esista. Pensi che possa contribuire a creare ponti di pace tra popoli in guerra tra loro?
Il grande compositore Ludwig Van Beethoven disse come “La musica è il ponte tra le anime”. In tutto il mondo, questi ponti sono stati incrinati della perdita della purezza della musica e dell’arte. L’anno scorso, nel 2019, ho avviato un nuovo progetto per seminare amore universale e musica andando in giro per il mondo. [Abbiamo chiamato il progetto “The Music Envoy”, in turco abbiamo chiamato “Müzik Elçisi“]. In breve, posso dire che, se tutto il mondo fosse coperto dall’energia della musica, non ci sarebbe né una guerra né alcun tipo di conflitto.
Quali sono i tuoi sogni musicali per il 2020?
Voglio realizzare concerti e progetti nel 2020 (in relazione a “The Music Envoy”) che non avrebbero potuto essere realizzati in Europa l’anno scorso a causa di motivi diversi. Ad esempio, uno dei miei più grandi sogni (e realizzarlo sarebbe un grande piacere per me) è tenere un concerto in Italia come luogo storico e descritto come un museo a cielo aperto e una galleria d’arte.
Grazie mille per la tua disponibilità e i migliori auguri per la realizzazione di tutti i tuoi sogni.
Gentilissimo Maestro Waterhouse, grazie per l’interesse dimostrato per il nostro sito Web, ma soprattutto per aver accettato di rispondere alle nostre domande.
Può darci brevemente alcune informazioni sul suo background, sulla sia vita di musicista, in relazione ai suoi studi e alla sua formazione? C’erano già musicisti o compositori nella tua famiglia?
Sono nato in una famiglia di musicisti nel nord di Londra. Mio padre era un fagottista e mia madre una pianista, che si era formata a Monaco e divenne insegnante di violino. Da bambini, le mie sorelle e io iniziammo presto a suonare strumenti a corda e pianoforte. Nel periodo in cui ero uno scolaretto incline alla musica in una scuola privata di Londra, ho potuto godere di un’ampia educazione musicale. Mentre il violoncello è sempre stato il mio strumento principale, ho anche cantato in un coro, ho imparato a suonare il pianoforte e l’organo, e ho studiato composizione e direzione. All’università, ho studiato composizione e musicologia; alla Hochschulen tedesca ho studiato violoncello, irezione d’orchestra e, per un breve periodo, ho studiato anche il piano. L’ampio campo di studio è stato in parte influenzato da mio padre, che era un eminente fagottista, ma anche un musicista di ampi interessi, che abbracciavano il piano, la viola e la musicologia (più specificamente l’organologia – la storia degli strumenti musicali). Ho sempre perseguito una variegata vita musicale, trovando le diverse discipline complementari tra loro – in particolare violoncello, pianoforte e composizione. Mentre il violoncello e la composizione sono rimasti una costante, ho anche lavorato come direttore e pianista. Negli ultimi anni la composizione è diventata una priorità maggiore.
Perché ha scelto il violoncello come strumento?
Ad essere sincero, quando ero un bambino di sei anni non ho scelto io il violoncello, ma l’ha scelto mia madre, visto che avevo le mani forti e un’apparente affinità per lo strumento.
Chi sono stati i suoi insegnanti più significativi? Ha lavorato con altri musicisti che hanno, ovviamente, influenzato la sua crescita artistica?
I miei insegnanti di violoncello più memorabili sono stati Maria Kliegel, Young-Chang Cho e Siegfried Palm, docenti dotati di una preziosa combinazione di prodezza violoncellista e alto grado di musicalità. Un’altra forte influenza fu Celibidache, che mi incoraggiò come compositore quando suonai sotto la sua direzione con la Schleswig Holstein Festival Orchestra. Durante le conversazioni, alcuni dei miei amici letterari di Londra mi hanno offerto idee stimolanti, così come colleghi musicisti, familiari, editori …
Ha avuto altri riferimenti nei compositori della storia della musica che poi hanno caratterizzato le sue scelte?
Innumerevoli compositori sono stati tra i miei preferiti, ma ho sempre ammirato Haydn e soprattutto i suoi quartetti, dai quali ho imparato a scrivere per gli archi. Anche Britten e Stravinsky hanno influito su di me con i loro linguaggi musicali flessibili e la loro sofisticata tecnica compositiva. Tra i compositori meno noti che ammmiro ci sono Szymanowski, Foulds e Alkan, principalmente per la loro fantasia selvaggia e audacia nell’unire materiale musicale apparentemente contraddittorio.
Può raccontarci brevemente i passaggi più significativi della sua carriera compositiva?
Probabilmente le due estati alla fine degli anni ’80 quando ho suonato per Celibidache, le cui osservazioni sul fraseggio, sulla forma musicale e sull’equilibrio di strumentazione con intensità sono state un apri-occhio. Più di recente, il mio lavoro sul dottorato di composizione presso la Birmingham City University mi ha portato a un più stretto contatto con la scena musicale inglese contemporanea e mi ha dato l’impulso di comporre in successione leggermente rapida una serie di lavori da camera (tra cui un quintetto per pianoforte e un quartetto per pianoforte) che culminano in Incantesimi per pianoforte ed ensemble. Un’altra influenza nel corso degli anni sono stati i corsi estivi di musica da camera per archi nel Regno Unito (NCMC) e in Germania (Streicherfreizeit) e Francia, durante i quali ho potuto dirigere i miei lavori per la Orchestra d’archi e provare nuove opere da camera con colleghi esperti in un ambiente informale.
Perché ha deciso di stabilirsi in Germania?
La nostra famiglia è sempre stata germanofila. Sono stato incoraggiato da mio padre a imparare il tedesco a scuola perché avevo intenzione di proseguire i miei studi in Germania dopo aver finito gli studi all’Università di Cambridge. Da studente, mi sono gradualmente inserito nella vita musicale a Colonia, Essen e dintorni, unendomi a un’orchestra da camera, poi costituendo un trio col pianoforte; alla fine, mi sono trasferito a Monaco, dove ora vivo con moglie e figlio. Della Germania, ammiro gli alti standard, la serietà con cui viene presa la professione musicale, e qui ho una vasta cerchia di meravigliosi musicisti, amici e colleghi, con cui mi esibisco. Nonostante viva in Germania, mi piace mantenere i collegamenti con il Regno Unito, ad es. come compositore in residenza al National Chamber Music Course, e recentemente ci sono stato anche in tour, con il Munich Piano Quartet.
Può parlarci del suo impegno come insegnante? Ha pubblicato testi per insegnare musica?
Da quando, da adolescente, ho insegnato nelle Summer School, ho apprezzato l’interazione con i giovani musicisti e penso di imparare da loro quanto loro imparano da me. Analizzare gli aspetti della tecnica e spiegarli agli altri studenti è utile per migliorare il proprio modo di suonare. Non faccio alcuna distinzione tra insegnare ai musicisti più giovani e più anziani, fra quelli avanzati e quelli che hanno appena iniziato a far conoscenza con l’arco: ho sempre lavorato con tutti. Ho pubblicato numerosi brani pedagogici, molti dei quali sono stati scritti per il nostro figlio violoncellista, quando era piccolo (ad es. Thomas Tunes, editore Breitkopf u. Haertel). L’unico testo che ho pubblicato è la mia tesi di dottorato.
Come compone? Ad esempio: sulla carta o sul computer? Cosa la ispira e la aiuta?
Questa domanda occupa i pensieri di tutti i compositori. Non ho un metodo regolare. A volte lavoro completamente lontano dal piano, a volte no. In linea di principio, scrivo su carta (uso ancora la spessa carta del 1905, che mio padre comprò da giovane pensando di poter diventare un compositore). L’ispirazione è un argomento sfuggente, difficilmente definibile. In un primo momento è una esplorazione della propria memoria musicale alla ricerca di spunti ritmici, e frammenti melodici, che possono essere ricomposti, rimessi insieme da brandelli musicali conservati nei recessi della mente di ciascuno. Aspetti tecnici, ad es. pizzicato, incrocio di corde o sautée possono dare origine all’invenzione di motivi. Un’enorme fonte di ispirazione sono proprio i musicisti per cui si sta scrivendo: il modo in cui suonano, si muovono, persino parlano. Può essere fonte d’ispirazione la Poesia (ad esempio Morgenstern, Lewis Carroll, Schiller), o anche dipinti, architettura, persino la politica (il Brexit Quartet è stato creato proprio ora!), perché gli eventi storici possono influenzare il modo in cui nascono nuovi pezzi. Uno si affida al subconscio e non può identificare esattamente da dove viene “l’ispirazione”, ma si spera con fiducia che, in una vita attiva e varia, le sorgenti continuino ad alimentare il pozzo della creatività. Provare le proprie composizioni, al piano, al violoncello o con i colleghi, è una parte necessaria del processo, e le modifiche a volte vengono apportate dopo la prima esibizione. L’impostazione delle note sul computer arriva alla fine del proesso di composizione: la versione definitiva viene spesso eseguita sullo schermo, una scelta che rende agevole la realizzazione di aggiunte, tagli e modifiche che, durante le prove di esecuzione, si sono dimostrati necessari. Per la pubblicazione preparo i pezzi sul computer.
Certamente, nel processo di composizione, lavoro a due velocità: mentre l’invenzione del materiale è istantanea, l’elaborazione e la modellatura in un pezzo coerente è una procedura lunga e elaborata.
Secondo lei, qual è la direzione da seguire nel comporre musica per questo millennio? Voglio dire: l’interesse del pubblico, ma anche le tendenze dei suoi colleghi?
In un’epoca di crescente globalismo e multiculturalismo, le ex barriere e divisioni, culturali e politiche, sono in via di ridefinizione. Se la musica proviene dall’Europa, dall’Asia o dalle Americhe, anche se è cosiddetta seria o popolare, diventa meno rilevante. Le persone sono curiose del loro contenuto, indipendentemente dall’origine. Per i compositori, è richiesta una maggiore flessibilità e adattabilità. C’è un enorme potenziale educativo e civilizzante nella musica, e le sue funzioni all’interno della società possono essere molteplici. Ad esempio, gli spettacoli nelle scuole, negli ospedali, o persino nelle carceri possono regalare enormi soddisfazioni sia agli artisti che agli ascoltatori. I compositori possono essere in prima linea nello sfruttare il potere della musica di riunire le persone, fornire edificazione, gioia e un punto di riferimento comune. Che scrivano per gruppi di ottoni nelle Midlands del Regno Unito, per cori giovanili a Parigi, per rapper di strada a Berlino, i compositori dovrebbero comunque uscire nel mondo, e interagire con i loro possibili interpreti delle loro composizioni e con il pubblico. Si può già vedere che questo sta accadendo in alcuni paesi.
Cosa può dirci sul rapporto tra musica classica e altre forme d’arte o commissioni: film, pubblicità, musica commerciale, video e TV?
La musica ha enormi poteri suggestivi ed emotivi e, fin dall’inizio, i produttori di film e tv sono stati ovviamente pronti a sintonizzarsi su questo. Personalmente, ho avuto solo un’esperienza minima con film o lavori televisivi, ma sarei del tutto aperto, se si presentasse l’opportunità. Mi piace in particolare la simbiosi tra musica e movimento, o danza / balletto, e uno dei miei progetti recenti preferiti è stata la creazione di un Balletto per Quartetto d’archi e 12 ballerini su un “libretto” originale.
Quali composizioni ha registrato su CD e con quali case discografiche?
Ho realizzato due Portrait CD con le mie opere: 1) Musica da camera con pianoforte, clarinetto, violoncello (etichetta Cybele) 2) Orchestra d’archi e musica per fiati (ECO, Endymion) (Meridian label); un terzo CD con Piano Chamber Music uscirà ad aprile 2020.
Con quali editori ha collaborato?
Il mio primo editore è stato Hofmeister, Lipsia, poi ho avuto Lienau / Zimmermann, Francoforte. Numerose opere le ho pubblicate con Heinrichshofen, Wilhelmshaven e Breitkopf e Haertel, Wiesbaden. Dal 2019 i miei lavori futuri, e diversi lavori passati, appariranno con Schott Music, Mainz, un recente sviluppo di cui sono molto contento.
Considerando il web con tutto il suo potenziale positivo (ma non solo quello, sfortunatamente) cosa ne pensa della musica e dei diritti d’autore di musicisti e compositori, del mercato e delle case discografiche e anche della musica dal vivo?
GEMA e la German Society of Composers sollevano queste preoccupazioni regolarmente, e sono membro di entrambe le società. Gli accordi con Spotify e Youtube non sono adeguatamente ponderati e non sembrano giusti, in quanto un compositore è difficilmente remunerato e le vendite di CD precipitano nel momento in cui il lavoro del compositore si trova su una di queste piattaforme. Ma questo non mi impedisce di investire nel mio prossimo progetto CD. Per parafrasare le parole de Il Pipistrello: “Se non puoi cambiare qualcosa non vale davvero la pena di preoccuparsene …“.
Se può dircelo: a cosa sta lavorando in questo momento? Quali spartiti sono sulla tua scrivania?
Attualmente sto lavorando al quartetto sulla Brexit, un pezzo un po’ motivato politicamente, con una certa rilevanza dal 31 gennaio 2020. Il pezzo è stato progettato in parte con una natura catartica, per sfogare la mia frustrazione per il risultato. Sto anche completando le mie Variations for Cello Solo, che dovrebbero essere pubblicate a breve, e contemporaneamente lavoro su un ciclo di canzoni per soprano e pianoforte intitolato Unbeschriebene Blaetter (fogli bianchi).
Caro Maestro Waterhouse, la ringrazio molto per la sua disponibilità nel rispondere alle mie domande: i migliori auguri per il suo futuro, sia da un punto di vista professionale che, ovviamente, per la sua vita in tutti i suoi aspetti.
Mille grazie per le domande interessanti. È stato un piacere condividere alcune idee con i vostri lettori …
Ana Topalovic, violoncellista, compositrice, insegnante. Da alcuni anni, coloro che desiderano averla come insegnante possono farlo senza uscire di casa. Una bella esperienza, nata quasi per caso. Conosciamo insieme Ana, prima di tutto attraverso un suo video e poi con qualche domanda.
Quando hai iniziato a suonare e perché hai scelto il violoncello?
Ho iniziato a suonare quando avevo circa 3 anni, usando giocattoli, xilofoni per bambini, o qualsiasi altro strumento su cui potessi mettere le mani. Quando avevo 6 anni, i miei genitori non poterono fare altro che farmi entrare in una scuola di musica, dove iniziai a suonare il pianoforte. Ricordo ancora vividamente il giorno in cui ho fatto conoscenza con il violoncello. È stato amore a prima vista e … udito.
Quali insegnanti sono stati i più decisivi nella tua formazione e da quali punti di vista?
In realtà, ho dovuto cambiare un paio di insegnanti durante la mia formazione, ma sono stata davvero fortunata, perché ho avuto esattamente l’insegnante giusto al momento giusto per il mio sviluppo. E ho imparato molto da ognuno di loro. Ma quello che si distingue, per me, è stato il mio ultimo professore, Martin Hornstein. Mi ha modellato non solo come violoncellista, ma anche come artista.
Durante la tua carriera, quali sono state le esperienze che ti hanno dato la soddisfazione più importante?
Sono state così tante! Il primo concerto da solista, la prima volta al Musikverein di Vienna o alla Carnegie Hall, ogni volta che suono per i bambini, quando ricevo un brano scritto appositamente per me, quando vedo una scintilla improvvisa negli occhi del mio pubblico, quando mi esibisco con colleghi fantastici, quando il “signor Cello” è di buon umore, quando la mia sinestesia (capacita di “vedere” la musica) si è intensificata dopo aver dato alla luce mia figlia, quando vengo pagata come dovrei, quando incontro persone e culture diverse attraverso il mio lavoro … così tante!!
Nella tua attività professionale, hai più soddisfazione nel suonare, nell’insegnare o nel comporre?
Queste sono tre attività totalmente diverse, ma sono tutte creative e riguardano la musica, ed è per questo che mi piacciono tutte.
Come e quando è nato il tuo interesse per la composizione?
È venuto naturalmente. Già da bambina mi piaceva qualche piccola improvvisazione al piano o al violoncello. Quando sono maturata come artista, il mio modo di comporre ha assunto una forma più professionale. Ho una specie di cinema e radio (la mia sinestesia) nell’occhio e nell’orecchio interno, e tutto deve solo uscire, è un processo molto naturale per me.
Quando componi, preferisci fissare i tuoi pensieri musicali con carta e matita o usi un software musicale?
Adoro i gadget tecnologici!! Uso il mio tablet per quasi tutto. Mi esibisco anche con gli spartiti digitali.
Quando e perché ti è venuta l’idea di dare lezioni online, tramite skype?
Una mia studentessa si stava trasferendo in Germania, e mi ha chiesto se sarei stata disposta a tenere le sue lezioni via Skype. Ha funzionato benissimo, anche 8 anni fa. Inoltre, quando viaggio e seguo corsi di perfezionamento, incontro molti studenti che vorrebbero continuare a studiare con me, ma non possono permettersi di venire a Vienna. Tutto ciò mi ha spinto ad avviare una scuola online, e da allora mi ha dato molte soddisfazioni.
Quali sono i vantaggi di questo tipo di insegnamento e quali sono i limiti?
Ci sono molti vantaggi: puoi stare comodamente a casa tua, non devi pagare per costosi biglietti aerei (2 di essi per ogni lezione!) o per un hotel. La connessione a Internet e le attrezzature (anche le più semplici) funzionano oggi così bene che mi mettono in grado di ascoltare anche sfumature molto fini di suono. E viceversa. La maggior parte degli smartphone è sufficiente, non è nemmeno necessario acquistare apparecchiature aggiuntive. Ho un sistema di programmazione flessibile e una politica di cancellazione molto onesta. Costa meno di una masterclass o di una lezione standard. Tutti, in tutto il mondo, sono i benvenuti. L’unico svantaggio è che non è ancora possibile ancora suonare insieme, perché c’è un breve ritardo. Ma spero molto che questo problema possa essere risolto nel prossimo futuro.
Secondo te, ci sono composizioni che, in ogni caso, un insegnante dovrebbe includere nel corso degli studi dei suoi studenti, oppure è necessario selezionare per ogni studente un percorso diverso adatto a rafforzare i punti deboli e migliorare i punti di forza di ciascuno ?
Esistono molti metodi, tecniche, studi, pratiche che possiamo usare per creare un programma individuale per ogni studente. Scegliere il percorso per ognuno è molto importante, la cosa più importante nell’insegnamento, per rispettare e coltivare l’individualità dei tuoi studenti. Ciò significa anche offrire loro un ampio spettro di repertorio e più di una soluzione a un problema.
È utile partecipare a concorsi durante il periodo di studio?
Non spesso, ma in alcuni casi sì.
Quando uno studente inizia a suonare con altri musicisti, quali sono le difficoltà da superare?
Principalmente il suo ego. Nell’iniziare a suonare in un ensemble, la cosa più difficile è combinare l’originalità di una prestazione individuale convincente con il senso dell’insieme.
Quali sono i tuoi progetti musicali per il 2020?
Eseguirò un po’ di Beethoven con il mio duo, il fisarmonicista Nikola Djoric e l’attrice Chris Pichler. Per me inizia una nuova serie di concerti, organizzo il mio festival a Vienna in autunno, eseguo il mio nuovo programma da solista “Bachiana”, ho in programma anche alcune esibizioni con la ballerina Rosalie Wanka, ma sono impegnata anche ad insegnare online e organizzare concerti di classe.
Grazie mille per la tua disponibilità e gentilezza. Buona fortuna con i tuoi sogni musicali!
Mr&Mrs Cello, Massimiliano Martinelli e Fulvia Mancini, compagni di vita e di palcoscenico. Due violoncellisti di grande esperienza nel mondo concertistico solistico e da camera, a cavallo fra la classica e il pop. Rispondono insieme alle nostre domande.
Anzitutto le origini: avete ereditato una tradizione di famiglia per la musica? Vi erano violoncellisti tra i vostri parenti?
Fulvia: Mio nonno Lino era un abile suonatore di clarinetto e mio padre ha continuato questa tradizione entrando nell’arma dei carabinieri come primo clarinetto della Fanfara di Bologna, negli anni ‘60. Poi ha proseguito la sua carriera diversamente, ma mi ha introdotto allo studio del pianoforte e poi, in seguito, a quello del violoncello. Inoltre, già in tenera età, sono entrata in contatto con la musica dei grandi compositori, poiché era tradizione ascoltarla in casa.
Massimiliano: Mio padre insegnava flauto e, durante il suo periodo di studi al Conservatorio di S. Cecilia, negli anni ‘60, ha incontrato Selmi, allora primo violoncello della Rai di Roma, che lo ha ispirato a tal punto che poi mi ha fatto studiare violoncello.
Brevemente, potete raccontare la vostra formazione di musicista? Iniziando dai primi corsi fino al Diploma in Conservatorio?
Fulvia: Ho iniziato i miei studi con il Maestro Egidio Eronico a Ribera, in Sicilia. A differenza di altre persone, ho avuto un percorso costellato da diversi insegnanti, ma posso dire che Egidio è stato una grande guida per me, soprattutto dal punto di vista umano. In seguito, ho studiato con la Prof.ssa Chen a Modena, dove ho conseguito il diploma, e lei mi ha spronata a studiare in Svizzera, con Patrick Demenga prima e con Antonio Meneses poi. Nel frattempo, Maria Kliegel è stato il mio modello musicale di riferimento, e ho seguito delle masterclass con lei.
Massimiliano: Ho iniziato lo studio del violoncello all’età di 7 anni e mi sono diplomato in Conservatorio dodici anni dopo. Ho avuto la fortuna di avere un unico insegnante di base, Vito Paternoster, e nei 5-6 anni di perfezionamento che sono seguiti sono rimasto ispirato da diversi docenti internazionali tra cui Francesco Strano all’accademia di Santa Cecilia, Rocco Filippini, Enrico Bronzi e Ivan Monighetti. Ognuno di essi ha contribuito alla mia formazione tecnica, umana e artistica.
Chi ha contribuito in modo determinante alla vostra crescita e maturazione artistica e professionale?
Fulvia: Tutti gli insegnanti e i musicisti con i quali sono entrata in contatto. Dai docenti di violoncello, al Maestro Muti, ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa che poi si è mescolato al mio modo di essere, anche se, in ogni caso, questo resta originale in ognuno di noi.
Massimiliano: Ognuno dei docenti con cui ho avuto la fortuna di studiare, ma anche i Maestri Riccardo Muti e Daniele Gatti, e l’ascolto delle splendide e raffinatissime registrazioni di Enrico Dindo.
Elenchiamo i premi, i riconoscimenti e le vostre partecipazioni ai concorsi, almeno quelli principali?
Fulvia: A me piace poco parlare di quantità di premi, perché il vero premio nella carriera di un musicista non è un attestato, ma è l’esperienza in seno ad un Festival o Concorso, qualora questa sia positiva. In ogni caso, l’anno del diploma (2004), sono risultata vincitrice assoluta del Premio Vittorio Veneto e in seguito anche del Torneo Internazionale della Musica 2004-2006 e del concorso AGIMUS Virtuosité di Padova. Inoltre, il nostro duo ha ricevuto un premio speciale al primo First International Vienna Competition del 2019.
Massimiliano: La partecipazione ai concorsi è stata una costante durante l’intero periodo dei miei studi; credo di averne fatti quasi una quarantina a cominciare da quelli vicini al mio Conservatorio, per finire ai più grandi e prestigiosi concorsi internazionali di violoncello. Ho ricevuto 33 premi, ma i più rilevanti sono stati il premio speciale al ‘Isang Yun’ Cello Competition in Corea del Sud, il primo premio a Liezen (Austria), il primo premio all’Arturo Bonucci (Italia) e il premio speciale al First International Vienna Competition. Al di là dei riconoscimenti, la partecipazione stessa alla competizione e la preparazione degli immensi programmi richiesti, restano tra le esperienze più formative in assoluto.
Quali sono stati i vostri impegni professionali più significativi, anche con gruppi da camera o con orchestre?
Fulvia: Una delle più belle esperienze della mia vita si è consolidata in seno all’Orchestra Cherubini del Maestro Muti: i suoi insegnamenti, misti alla mia giovane età, hanno plasmato significativamente la mia attitudine musicale. Per ciò che attiene ad altre orchestre, significativo è stato certamente il mio ruolo di primo violoncello della Camerata Lausanne di Pierre Amoyal, quando ancora questa esisteva. Abbiamo fatto belle tournée e concerti in grandi sale, come nella International House di Mosca nel 2013 e, come primo violoncello, è stata un’occasione grandiosa. In seguito, sono arrivate partecipazioni ad altre tournée in Corea e in Germania, sotto la guida di Daniel Hope, con altre orchestre. Come solista, meraviglioso il ricordo del concerto nella Sapporo Hall di Hokkaido con Massimiliano, l’esibizione del Concerto di Gulda a Winterthur e tanti altri bei concerti di musica da camera, dei quali ho perso il conto. Ma nulla di tutto ciò poteva davvero appartenermi come il progetto “Mr&Mrs Cello”, un duo creato con mio marito nel 2017.
Massimiliano: Di sicuro la collaborazione triennale con il Maestro Muti come primo violoncello nella Cherubini è tra gli impegni più significativi. Il Maestro mi dette la possibilità di eseguire il solo del Guglielmo Tell ben dieci volte in una tournée europea. Sono seguiti poi gli incarichi a Zurigo e Verona. Come solista il primo di Shostakovich eseguito a Basilea e il triplo concerto di Penderecki a Ravenna, concerto diretto dallo stesso autore. Per la musica da camera, posso dire di aver suonato con tantissimi splendidi musicisti che mi hanno ispirato; sarebbe difficile nominarli tutti, ma il progetto più autentico è quello del “Mr&Mrs Cello”, con mia moglie.
Quale è la vostra attività come docenti? Quanto contribuisce questo impegno anche nella vostra maturazione artistica e professionale?
Fulvia: Essere docente è uno status che viene acquisito necessariamente durante il percorso musicale di un artista, qualora questo artista sia autentico, abbia consacrato la sua vita allo studio, e sia diventato consapevole di come ha acquisito queste capacità e sia abile nel trasmetterle, spiegarle a voce, mostrarle, individuare i problemi e attivare una strategia per risolverli. Non è un lavoro facile come alcuni credono, perché si entra nel percorso di vita di un ragazzo (Masterclass a parte) e se si è consapevoli del significato del proprio passaggio nella vita di queste persone, si può fare molto. Io non potrei vivere senza insegnare, perché amo aiutare le persone, sostenerle e usare moltissimo metafore di vita per risolvere i problemi strumentali. Perciò, oltre alla mia attività didattica nel cantone Zurigo, son diventata docente della Fondazione Iclassicalacademy, che distribuisce tutorial online in tutto il mondo. Son felice di aver integrato il mio sapere musicale e strumentale con conoscenze che vengono dalla disciplina dello yoga e del PNL e poter così aiutare persone che non hanno punti di riferimento.
Massimiliano: Insegno violoncello da circa dieci anni e attualmente sono docente presso il Conservatorio “Giacomo Puccini” di Gallarate. Amo aiutare i ragazzi a raggiungere il loro massimo potenziale e ad esprimere, attraverso la musica e il violoncello, la loro personalità. Ogni volta che insegno, scopro io stesso aspetti tecnici e musicali sempre nuovi. Direi che essere insegnante è una componente fondamentale e inseparabile del mio essere musicista.
Direzione artistica del Festival Regina Musica in Maenza: brevemente, di cosa si tratta, quali impegni e responsabilità comporta?
Fulvia: Per gestire un Festival sono necessarie diverse competenze manageriali, comunicative, relazionali e sociali, che ho acquisito un po’ sul campo e poi anche all’Università di Zurigo, dove ho conseguito il Master in gestione culturale. Il Festival Regina Musica di Maenza è stata una bella esperienza di generosità da parte del nostro staff, nel mettere a disposizione di gente affamata di sapere e cultura alcune tra le più belle pagine scritte per musica da camera. Nel 2019 è nato il nostro nuovo Festival a Horgen che ha usufruito del sapere e delle conoscenze acquisite a Maenza per svilupparsi al meglio.
Quando si è costituito il vostro Duo? In quale frangente? Quale intenti ha questo sodalizio? Esiste già una unità di programmi e di scelte artistiche? Quali saranno i Vostri impegni prossimi?
Fulvia e Massimiliano: Il duo Mr&Mrs Cello si fonda nell’aprile del 2017 con la trascrizione di un brano di Sam Smith che abbiamo eseguito in una sala antica di Zurigo seduti su Bionic Paints, ovvero pantaloni bionici creati da una società NOONE, che avevamo visto per caso su internet. Li abbiamo contattati per sapere se volessero collaborare e cosi abbiamo sperimentato questi pantaloni. Questo brano non ha poi visto la luce, sarà invece incluso nel nostro terzo album CROSSOVER THREE, in vendita da febbraio 2020. A questa esperienza son seguite le registrazioni video a Londra delle musiche di Einaudi e così è iniziata la nostra meravigliosa avventura come duo, nella vita e nella musica. Le scelte artistiche non sono decise a tavolino, perché non ci siamo costituiti per mero business. Arrangiamo e suoniamo quel che più’ ci piace, desiderio che avevamo da tempo. Se in un periodo siamo “più classici”, ci dedichiamo a tutti gli autori del barocco e incidiamo in questo senso, se invece abbiamo un’anima più pop, o, come nel caso della canzone Shallow, rimaniamo vivamente ispirati e sorpresi da questa canzone, allora ci dedichiamo a questo. È tutto frutto del nostro cuore e amore per la musica. Gli impegni prossimi sono partecipazioni a diversi festival italiani e internazionali, registrazioni e partecipazioni come… ancora non possiamo dirlo, ci spiace!
Cosa ha comportato trascrivere un brano di Einaudi per due violoncelli?
Fulvia e Massimiliano: È stato molto semplice per noi, essendo artisti con un bagaglio di studi abbastanza ampio. Io da piccola a 13 anni componevo musiche per pianoforte, oltre a scrivere romanzi, mentre Massimiliano ha studiato 4 anni composizione.
Già vi appartengono due album di studio: Crossover One and Two. Crossover ha un significato ben preciso ma quale caratteristiche devono avere un suono e lo spartito di un violoncello che abbraccia più stili o quantomeno non vuole essere circoscritto ad uno stile solo?
Fulvia e Massimiliano: Con il termine Crossover si intende denominare qualcosa che va al di là di un solo stile. Il nostro desiderio non è quello di snaturare il suono del violoncello, ma quello di usare la nostra musicalità e il linguaggio semplice della trascrizione, che adoperiamo per mettere a disposizione del mondo intero, grazie ad Halidonmusic, la nostra voce in quella canzone precisa o in quel brano.
Quali sono gli autori più presenti sui vostri leggii, al di fuori dei concerti?
Fulvia e Massimiliano: Abbracciamo quasi tutti i compositori, eccetto la musica contemporanea.
In un video molto interessante, suonate di fronte ad un robot meccanico che, ascoltando la vostra musica, danza. Il tema della robotica e dell’intelligenza artificiale è sicuramente affascinante, anche perché apre nuove prospettive e speranze e spunti di riflessione, credo, su temi che l’uomo non ha ancora risolto e che potrebbero essere amplificati. Ma, partendo dalla vostra semplice, ma chiara esperienza, i violoncellisti cercheranno futuri astrali di spazi silenziosi e tecnologici per arrivare a qualche cosa di nuovo, o i robot si vedranno scoperti a ricercare qualche cosa di antico, fatto di legno, che genera un suono che viene dal passato per capire il proprio presente?
Fulvia e Massimiliano: Quel che dice è molto interessante. Io credo che l’amore dell’uomo per la melodia non svanirà mai, e che si stia andando verso forme di perfezione interpretative sempre più elevate, nell’interpretazione e nella tecnica strumentale. La collaborazione con il robot che danza con la musica dal vivo è senz’altro un esperimento della scienza che va oltre l’immaginabile, ma la purezza di un suono rimarrà eterna, almeno fintantoché l’uomo non si estinguerà!
Ci volete parlare della Casa Discografica Halidonmusic? Che rapporto avete con questa label e verso quali progetti vi state proiettando?
Fulvia e Massimiliano: Halidonmusic è un grande partner della nostra produzione musicale video e audio. Ci hanno contattati dopo aver scoperto il nostro video “Nuvole Bianche” che fu distribuito dalla nostra PR a diversi canali. Dopo aver visto che posizione avessero su youtube (1 milione e ottocentomila followers), abbiamo firmato un contratto discografico con loro e si attivano molto bene nella promozione e divulgazione della nostra musica. Dal 2019 abbiamo anche firmato un contratto come arrangiatori con la più grande casa di distribuzione di musica pop nel mondo, Hal Leonard. A breve uscirà la nostra prima raccolta di brani pop con il titolo “Cello duets delight”, distribuito da Hal Leonard.
Per concludere: Astor Piazzolla (vostri i due video di Grandtango ed Esqualo) ha trasformato un linguaggio musicale popolare, dedicato principalmente al ludico ed al ballo, in un linguaggio erudito e colto, rendendolo universale e vettore dei sentimenti tutti di un popolo. Il violoncello non è uno strumento popolare, eppure sposa molto bene la sua musica. Quale è la vostra opinione a proposito?
Fulvia e Massimiliano: Il violoncello è uno degli strumenti più adatti nella musica di Piazzolla, nella musica classica, pop, rock. Suonare Piazzolla è molto divertente e dà molte soddisfazioni.
Grazie a Fulvia e Massimiliano per la gentile disponibilità a questa intervista, con l’augurio migliore per ogni cosa, non solo in ambito professionale, ma anche per ogni altro aspetto della vita.
Enrico Bronzi è uno dei violoncellisti più interessanti del panorama italiano del momento. Nella home del suo sito internet accoglie i visitatori con una massima di Nietsche: “Senza musica la vita sarebbe un errore”. E certamente, con la sua vita piena di musica, Enrico Bronzi ha fatto di tutto per evitare che la sua vita fosse un errore. Ma… partiamo dall’inzio.
Quando per la volta ha visto un violoncello e ne ha sentito il suono? Quale impressione le ha fatto?
Da bambino i miei erano abbonati alla Società dei Concerti di Parma. Il mio primo ricordo nitido di un violoncellista è quello di Paul Tortelier, che univa l’energia del suono ad una fisicità impressionante.
Fu quello il momento in cui decise di suonare il violoncello?
All’inizio volevo fare il liutaio e il violoncello sarebbe stato solo un approccio preparatorio al mondo degli strumenti ad arco. Poi le cose andarono diversamente.
Quali maestri sono stati importanti nel suo percorso di formazione e da quali punti di vista?
Ho avuto un’infinità di maestri con idee diverse e affascinanti. Non riesco a citarli tutti, ma solo quelli con cui ho trascorso più tempo: Enrico Contini è stato il mio primo insegnante, poi Vendramelli, Janigro, Brunello, Geringas, Meneses e soprattutto l’esperienza decisiva dell’incontro col Trio di Trieste. Tanti mondi possibili, direi. Poi c’è la necessità di una sintesi personale.
Quando e dove ha suonato in pubblico per la prima volta? Cosa ricorda di quell’esperienza?
Facevamo esperimenti in piccole associazioni culturali della nostra città con quelli che sarebbero poi diventati i miei partner del Trio di Parma. Situazioni spesso sgangherate, ma utili per cominciare. Quello che sentii come un debutto fu un recital di violoncello alla bellissima Sala Bossi di Bologna.
Lavorare in una prestigiosa orchestra o lavorare come concertista “libero”: vantaggi e svantaggi delle due opzioni?
Nel secondo caso, devi sobbarcarti tante cose di organizzazione, studio, calendari, viaggi. Ma godi di una certa libertà intellettuale. Nel primo caso, hai il privilegio di frequentare regolarmente il repertorio più ambizioso e grande che c’è, il repertorio sinfonico.
Quanto è importante, per un concertista, il tipo di pubblico che si trova davanti? E quanto sono importanti le caratteristiche del luogo dove si suona? E quanto è importante lo strumento che usa?
Sarà che il violoncellista suona rivolto di faccia verso il pubblico, ma io risento abbastanza dell’atmosfera che si genera in sala da concerto. Per ciò che riguarda lo strumento, c’è un rapporto di equilibrio instabile con un oggetto che ti fa sentire il limite delle tue possibilità, ma che ti regala anche il grande privilegio di esprimerti.
Ci sono pezzi che si possono suonare ovunque e in qualsiasi circostanza ed altri che, invece, vanno selezionati in funzione del luogo e dell’occasione?
È più un’ossessione dei promoter. La musica di valore, se suonata con rispetto ed adesione, può essere suonata ovunque. Semmai, in certi contesti può e deve essere raccontata, non solo eseguita.
Se dovesse organizzare un concerto per bambini delle elementari, che non sono mai stati ad un concerto, dove lo organizzerebbe? E quale il programma che proporrebbe?
Dividerei il palco di un teatro, perché il teatro è un luogo sacro e salire sul palcoscenico è un’esperienza unica. Tenterei di mostrare l’ampiezza di possibilità, la duttilità della voce del violoncello e la sua capacità di prestarsi a situazioni musicali diversissime. Qualche volta lo faccio: la mia bimba più grande frequenta le elementari e talvolta suono per la sua scuola.
In molti paesi del mondo, si stanno formando gruppi di violoncellisti che si trovano fra loro a sonare, spesso anche solo per il piacere di farlo. Il fenomeno appare abbastanza strano, perché chi suona altri strumenti non sembra altrettanto interessato a socializzare con i colleghi. Quale può essere, secondo lei, la ragione di questo fenomeno?
Il violoncello spesso si inerpica coraggiosamente in registri violinistici, mentre il contrario è impossibile. Ciò significa che si può suonare in ensemble omogenei senza troppa compressione delle parti, come in un coro a quattro voci, sufficientemente distanziate. A questo può aggiungere la vocazione del violoncello ad una certa audacia. Se prova ad ascoltare la stessa melodia nella stessa ottava suonata alla viola o al violoncello, può perfettamente capire cosa intendo. Il suono brunito della viola riporta ad una certa introspezione, mentre il violoncello è più assertivo, più comunicativo, forse più vanitoso.
Quali sono i suoi sogni musicali per il 2020?
Debutterò a giorni con un nuovo bellissimo concerto per violoncello di Gianluca Cascioli. Ho una mia missione personale che è quella di generare un nuovo repertorio per violoncello ed orchestra d’archi. Diversi compositori hanno aderito con ottimi risultati. Sento che dovrei andare avanti.
Grazie mille, Maestro, per la sua disponibilità. Speriamo che la sua “missione personale” ci regali molto nuovi pezzi per violoncello, tutti bellissimi.
A Cremona in uno degli stand di Cremona Musica, incontro Giuliano Zugliani, Ispettore forestale e comandante della Foresta Demaniale di Paneveggio, nella Provincia Autonoma di Trento. Alle sue spalle delle belle foto di alberi e montagne. Mi presento e poi gli chiedo qualche informazione sulle caratteristiche di questa foresta davvero speciale. Risponde volentieri alle mie domande.
Prima di tutto, dove di trova la Foresta di Paneveggio, e quali sono le sue caratteristiche?
La Foresta di Paneveggio, nota anche come “Foresta dei Violini”, si trova in Trentino ai piedi delle Pale di San Martino. La Foresta si estende per 5000 ettari, di cui 3000 a bosco. Il rimanente territorio è occupato da pascoli, tundra alpina e pareti rocciose delle montagne che la circondano. La Foresta è composta interamente da conifere, con più del 90% di abete rosso e il rimanente 10% di larice e pino cembro. Dal punto di vista altimetrico, la Foresta si sviluppa tra i 1500 e i 2000 metri di quota, per cui è considerata una Foresta di tipo subalpino e, dato il suo clima di tipo continentale, qui trova le sue condizioni climatico ecologiche migliori l’abete rosso, che domina in modo incontrastato. La gestione forestale del bosco viene curata da noi forestali seguendo i criteri dettati dalla selvicultura naturalistica. La scelta degli alberi da tagliare viene fatta cercando di favorire principalmente la rinnovazione naturale, favorendo la crescita delle piante con migliori caratteristiche genetiche e creando una struttura del bosco il più possibile diversificata, con gruppi di piante di diverse età e, dove possibile, una mescolanza tra specie diverse. Gli alberi più “anziani” arrivano ad avere anche 200/250 anni, e sono un po’ i bisnonni del bosco, ma accanto a loro, ci sono gli alberi nonni, gli adulti, i giovani, gli adolescenti, i bambini e i neonati. Esattamente come accade in una famiglia. C’è l’albero che è nato in una posizione particolarmente “felice”, che cresce dritto e forte e vive molto a lungo, e quello che ha avuto la sfortuna di nascere da un seme che si è infilato fra due rocce, che cresce esposto ai venti e porterà nel suo tronco contorto i segni della dura lotta che ha combattuto per sopravvivere, ma in un ecosistema forestale stabile ed in equilibrio ecologico entrambe le piante sono importanti. Le funzioni del bosco sono le più disparate e non solo quelle economiche, si va dalla protezione del suolo, alla funzione paesaggistico ricreativa a quella di darci ossigeno e fissare l’anidride carbonica e non ultima quella culturale: sempre più nel bosco si fa cultura, attraverso percorsi guidati, conferenze, e negli ultimi anni anche concerti, per dare risalto ad uno dei prodotti d’eccellenza di questa Foresta, il legno di abete rosso di risonanza.
Ma allora il bosco non ha solo una funzione economica? E’ quindi, simile ad una grande famiglia di alberi, dove la vita si svolge come in una comunità; gli alberi adulti proteggono aiutano e difendono quelli più piccoli?
Certamente, gli alberi che formano un bosco naturale vivono formando delle famiglie più o meno grandi, che noi forestali chiamiamo “collettivi” e “micro collettivi” a seconda la loro ampiezza. Queste comunità di alberi tra loro interagisco attraverso il sistema radicale, che favorisce la loro stabilità e lo scambio di sostanze nutritive, e al contempo, unendo le loro chiome, formano una solo grande chioma che li protegge dal vento e dal carico della neve d’inverno. La foresta è un ambiente complesso, magico e meraviglioso. Noi forestali ne siamo consapevoli e siamo orgogliosi di conoscerne quasi ogni aspetto.
Questi alberi crescono anche ad alta quota, in questa Foresta la stagione vegetativa è piuttosto breve. In che modo il clima e la morfologia del territorio influenzano i ritmi della loro crescita?
A Paneveggio la stagione vegetativa va generalmente da maggio a settembre. In questo periodo gli alberi svolgono al massimo le loro funzioni vegetative, crescono, producono fiori, si riproducono ed infine rilasciano i loro semi. Nei rimanenti mesi dell’anno le piante sono come in una specie di letargo, diminuisce il circolo della linfa e rallentano tutte le funzioni vitali. La brevità del periodo vegetativo favorisce però la formazione di anelli di accrescimento molto stretti, caratteristica tecnologica peculiare per avere un ottimo legno per liuteria. Un famoso detto tedesco afferma che “non c’è musica senza il bosco di montagna” e questo, se riferito alla nostra Foresta, è certamente vero.
Quando gli uomini hanno scoperto che questi alberi avevano delle caratteristiche diverse da quelle degli altri alberi ed hanno iniziato a sfruttarli per costruire strumenti musicali?
Certamente già dal 1600: i grandi maestri liutai di Cremona conoscevano le caratteristiche del legno proveniente da questa Foresta da questa valle, e lo utilizzavano per la costruzione dei loro migliori strumenti musicali. Si dice che Stradivari venisse qui di persona a scegliersi gli alberi, ma quasi certamente è una leggenda. A quei tempi, il legname veniva portato verso le valli e la pianura tramite la fluitazione sui torrenti e poi i fiumi. Di certo molti strumenti famosi, da analisi dendrocronologiche eseguite suggi stessi, sono stati costruiti con questo legno leggero, elastico e privo di difetti. Questo fa sì che, da allora, migliaia di liutai hanno continuato ad usare questo legno per l’eccellenza delle sue caratteristiche tecnologiche.
Ma gli abeti rossi che crescono qui sono tutti “alberi di risonanza”? Quale è la parte migliore in un albero?
No di certo. Gli alberi di risonanza sono una piccola percentuale, circa 1% delle piante che vengono tagliate. La quantità maggior del legno prodotto viene impiegato in altri settori quali la falegnameria, l’industria del mobile o la carpenteria e per altri usi. Ogni anno parte del legno destinato alla liuteria viene ceduto a dei venditori di legni pregiati; una cospicua quantità invece viene lavorata direttamente da noi e venduta direttamente ai liutai provenienti da tutto il mondo. Normalmente i legni migliori si ricavano dalla parte basale di una pianta. Le caratteristiche che deve avere un buon legno di risonanza sono l’assenza completa di difetti (la presenza di nodi, di legno di compressione e trazione), l’avere accrescimenti contenuti e regolari, la fibra dritta. Il valore aggiunto che ha il nostro legno è la leggerezza e un ottimo modulo elastico.
La Foresta è sempre stata gestita dall’uomo?
Da alcuni documenti si evince che la Foresta era conosciuta e gestita già nel Medioevo poi passò proprietà dei Conti del Tirolo e infine, fino al 1918, ne fu proprietaria la casa d’Austria. Durante la Prima Guerra Mondiale, alcune zone della Foresta sono state teatro di combattimento. In quelli anni, per scopi bellici, sono stati abbattuti quasi un milione di alberi (più o meno quelli che, con la gestione attuale, si abbattono in 25-30 anni) creando grandi aperture nel bosco. Per fortuna, negli anni successivi alla guerra, si sono avviate delle grandi opere di rimboschimento, ricostruendo il bosco che possiamo ammirare ai giorni nostri.
Già… poi c’è stato il disastro provocato dal vento nell’ottobre 2018. Ed ora? Come è la situazione?
Anche la Foresta di Paneveggio lo scorso autunno è stata colpita duramente dall’uragano “Vaia”. Alcuni settori del bosco sono stati completamente distrutti e da una stima si calcola che siano stati sradicati circa 10-12 riprese annue (circa 60-70 mila metri cubi). Da subito dopo l’evento, è stata una lotta contro il tempo, per rimuovere gli alberi caduti ed evitare così che, nei mesi caldi, proliferassero parassiti quali il Bostrico, e che le condizioni climatiche deprezzassero in modo rilevante il legno. Ad ora (e siamo a poco più di un anno) di distanza dall’evento, abbiamo raccolto più del 50% delle piante abbattute, ma il lavoro sarà ancora lungo e impegnativo. In questi mesi, numerose sono state anche le attività solidali nei confronti della Foresta e per la salvaguardia del suo legno da liuteria. Da ricordare il gemellaggio con la prestigiosa scuola di liuteria di Cremona. Molti poi sono stati anche i musicisti che sono venuti a Paneveggio a suonare, spinti quasi dal desiderio di “consolare” gli alberi rimasti soli dopo la caduta dei loro “fratelli” abbattuti dal vento. Sono sicuro però che la Natura come ci ha “schiaffeggiato” con l’uragano “Vaia”, nei prossimi anni ci “accarezzerà”, facendo ricrescere un bosco, forte, rigoglioso e duraturo. Bisognerà solo avere tanta, tanta pazienza…
Grazie mille per la sua disponibilità a fornire ai nostri lettori queste informazioni! Ma soprattutto grazie per la passione con cui veglia sulla rinascita della nostra foresta preferita. Per i nostri lettori, “la foresta dei violoncelli”.
Contatto Ryan Fitzpatrick, Term Assistant Professor di musica del Dipartimento di musica, violoncello e educazione musicale dell’Università di Fairbanks, in Alaska. Gli chiedo se è disponibile per una intervista e mi risponde
Sarei felice di rispondere alle tue domande. Grazie per aver pensato a me!
Quindi, ecco la prima domanda: quando hai iniziato a suonare il violoncello, e perché il violoncello e non un altro strumento musicale?
Ho iniziato a suonare il violoncello quando avevo 11 anni, cioè più tardi dell’età a cui di solito si inizia. Sono stato colpito dalla versatilità dello strumento che avevo sentito suonare da un violoncellista ospite della mia scuola.
Chi è stato il tuo primo (o il più importante) insegnante di violoncello?
La mia prima insegnante di violoncello è stata Carol Semmes, una studentessa violoncellista della Chicago Symphony Karl Fruh. Mi ha sempre fatto sentire molto capace e allo stesso tempo mi ha sempre stimolato ad affrontare nuove sfide. Il mio insegnante universitario era Emilio Colon, all’ Indiana University, che mi ha trasmesso non solo la sua padronanza tecnica, ma anche la sua abilità artistica e la sua passione. Certo, attraverso il suo insegnamento, ho anche raccolto i frutti dell’insegnamento del suo insegnante, Janos Starker, e dell’insegnante del suo insegnante, David Popper!
Quando e dove hai suonato in pubblico per la prima volta?
La mia prima esibizione pubblica è stata per altri studenti della mia scuola elementare, dopo aver suonato per un certo periodo nell’orchestra della scuola.
Qual è il momento della tua vita da violoncellista che ricordi con più piacere?
Ricordo di aver suonato come assistente violoncellista principale presso la Civic Orchestra of Chicago in cui abbiamo provato con Riccardo Muti. Mi sono sentito intimidito ed allo stesso tempo esaltato nel lavorare a così stretto contatto con qualcuno che ha così tanta esperienza musicale.
Qual è il tuo compositore preferito e quale la tua composizione preferita?
Mi piacciono molto le opere di Dvorak e Debussy. È difficile scegliere un’opera preferita escludendo le altre… ma tra i miei preferiti ci sono la Seconda Sinfonia di Mahler, il Quartetto Americano di Dvorak, le Suite e Sonate per Viola da Gamba di Bach.
Preferisci suonare da solo, con altri violoncellisti o con musicisti che suonano altri strumenti?
Mi piace molto l’opportunità di suonare con altri nella musica da camera o nell’orchestra. Trovo che il processo collaborativo sia motivante e stimolante mentre le opere prendono forma con l’arte di altri.
Ci sono molti violoncellisti nel tuo paese?
Gli Stati Uniti hanno molti, molti violoncellisti favolosi. L’Alaska è sorprendentemente la patria di un gran numero di studenti e violoncellisti dilettanti che adorano suonare, principalmente nelle aree di Fairbanks e Anchorage. Zuill Bailey è un visitatore abituale dell’Alaska per il Festival Sitka e si è esibito con la Fairbanks Symphony in diverse occasioni.
Ci sono opportunità di lavoro per i violoncellisti?
L’Alaska offre opportunità di lavoro all’interno della radicata tradizione dell’educazione Suzuki, e nelle orchestre Fairbanks, Anchorage e Juneau. Molte delle navi da crociera assumono anche quartetti per suonare mentre le navi viaggiano nelle regioni costiere.
Se ti fosse chiesto di organizzare un concerto per bambini che non hanno mai partecipato a un concerto di musica classica, quali composizioni sceglieresti di suonare?
Sceglierei opere legate a storie interessanti, storie relative alla loro composizione o legate a vicende personali dei loro compositori. Come insegnante per quasi 15 anni, ho scoperto che gli studenti si relazionano a questi aspetti più di altri e in questo modo facile farli appassionare a questo genere di musica.
Quali sono i tuoi sogni musicali per il futuro?
Spero di continuare a insegnare e incontrare persone meravigliose, interessanti e uniche lungo la strada!
Sono certa che questo è anche il sogno dei tuoi studenti! Ti ringrazio per il tempo che mi hai dedicato e ti auguro che la tua vita musicale sua davvero piena di persone meravigliose, interessanti e uniche.
Caro Hussam, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande.
Prima di tutto, vuoi presentarti ai nostri lettori?
Mi chiamo Hussam Aldeen Mohamed Amin Ezzat. Sono il primo violoncello della Iraqi National Symphony Orchestra, membro della World Youth Orchestra in Germania e della Arab Youth Orchestra, ho suonato con la Youth Orchestra in tutti i paesi europei.
Quando hai iniziato a suonare il violoncello, e perché il violoncello e non un altro strumento musicale?
Ho iniziato a suonare il violoncello nella scuola di musica e balletto quando avevo 9 anni. Mio padre ha scelto questo violoncello che mi è subito piaciuto moltissimo.
Chi è stato il tuo primo insegnante di violoncello?
Il mio primo insegnante fu il signor Nabil Hani. Mi ha insegnato per un anno. Poi mia madre è morta, quando avevo 9 anni e ho dovuto lasciare il violoncello per un po’. Ho ripreso in mano il violoncello quando avevo 18 anni. Non avevo un professore speciale e mi sono formato soprattutto attraverso corsi e facendo esperienza in orchestra e soprattutto la mia partecipazione all’orchestra giovanile. Così ho conseguito un diploma in musica presso l’Institute of Fine Arts, sono capo del dipartimento di violoncello e primo violoncello della Iraqi National Symphony Orchestra.
Quando e dove hai suonato in pubblico per la prima volta?
Ho suonato in orchestra per la prima volta nel 2007, nella città di Erbil, con la Iraqi National Symphony Orchestra.
Qual è il momento della tua vita da violoncellista che ricordi con più piacere?
Il momento più bello della mia vita di violoncellista, è stato quando ho suonato il mio primo assolo con l’orchestra. Era il 2016 e ho suonato Oblivion, di Astor Piazzolla.
Qual è il tuo compositore preferito e quale la tua composizione preferita?
Uno dei più importanti compositori di musica, secondo me, è Tchaikovsky e uno dei pezzi musicali più importanti è senza dubbio la Sinfonia n. 9 in mi minore, “Dal nuovo mondo”, di Antonin Dvořák.
Preferisci suonare da solo, con altri violoncellisti o con musicisti che suonano altri strumenti?
Adoro suonare con l’orchestra e adoro anche suonare con il quartetto d’archi, ma mi piace anche suonare da solo, perché tutte questi modi di suonare hanno degli aspetti positivi.
Ci sono molti violoncellisti nel tuo paese?
Sì, abbiamo suonatori di violoncello ora, sia giovani che vecchi.
Ci sono opportunità di lavoro per i violoncellisti?
Sì, con l’Iraqi National Orchestra ci sono delle possibilità di lavoro e questo dipende dalla possibilità di suonare e persino esibirsi.
Se ti fosse chiesto di organizzare un concerto per bambini che non hanno mai partecipato a un concerto di musica classica, quali composizioni sceglieresti di suonare?
Sì, ho partecipato e lavorato con molte giovani orchestre e ho esperienza in questo settore, ma per i bambini, come dici tu, preferisco le composizioni di Mozart o Haydn.
Quali sono i tuoi sogni musicali per il futuro?
Il mio sogno e il mio obiettivo futuro è diventare un maestro, come mio padre Mohamed Amin Ezzat, che è il maestro e direttore della Iraqi National Symphony Orchestra.
Ti ringrazio moltissimo per la tua disponibilità e ti auguro che il tuo sogno possa diventare presto realtà!